Cultura e spettacoli

Vito Cimarosti, il Michelangelo del marmo nero

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Pietre di Varenna per le opere del maestro della mostra in Caserma

La danzatrice, La Venere di Varenna, Lucciola nera: sono alcune delle sculture portate da Vito Cimarosti alla collettiva Le stanze dell’arte che il Gruppo Quartodecimo ha allestito, fino a oggi, alla Caserma De Cristoforis di Como. Le opere di Cimarosti evocano una bellezza antica e una flessuosa leggerezza. A dare loro corpo è una pietra dura, il “marmo nero” di Varenna, materiale in cui Cimarosti si è imbattuto casualmente.
Il risultato sono forme d’un nero petrolio, sinuose, levigate, che riverberano di luce e che l’abilità dello scultore ha curvato e arcuato quasi fossero di creta.

«In occasione della mia ultima esposizione a Villa Monastero a Varenna – dice lo scultore – sono entrato nella chiesa del paese e sono rimasto folgorato: le balaustre, l’altare, le colonne… Tutto riluceva di questa pietra scura».
Una ricerca, e si scopre che gli inserti degli altari della maggior parte delle chiese dell’alta Lombardia sono stati realizzati con questo materiale. Non un vero marmo, ma una roccia sedimentaria originata dal depositarsi di ciottoli, sabbie, fango, resti di piante e animali, composta quasi interamente da calcare, con la presenza di sostanze bituminose che le conferiscono il colore nerastro. Cimarosti ne ha estratto alcuni piccoli blocchi dall’unica cava ancora rimasta, sopra l’abitato di Varenna, e da lì è cominciata la nuova ricerca.
«Sono sempre stato affascinato dal Lago di Como e dalle leggende che circolano su alcuni materiali usati in passato come il “bianco di Musso” o la pietra di Moltrasio. La particolarità di quella nera sta, oltre che nel colore, nelle sue stratificazioni che in alcuni punti sono addirittura millimetriche, come nei fossili. Non essendo un marmo, si scheggia con facilità ed è difficile da lavorare, poi c’è la lucidatura che richiede pazienza, ci sono voluti anche due giorni interi per una sola scultura, l’effetto finale però è straordinario».
Nelle mani di Cimarosti, la pietra si modula e prende vita proprio come nelle evoluzioni di una danzatrice o nelle rotondità del corpo femminile, tanto che opere esigono quasi un contatto fisico, un’ideale carezza che appaghi il tatto.
«La mia ricerca formale – aggiunge – si ispira all’arte di Brancusi che considero un maestro anche se purtroppo non ho potuto conoscerlo; sono attratto dalla serialità della forma, dalla ricerca sulle linee geometriche e dalla simbolicità della forma, come nel caso del corpo femminile».
La serialità spesso viene confusa con la ripetitività, vedi anche le critiche all’opera che l’architetto americano Daniel Libeskind dona a Como e il cui schema si ripete in altri monumenti. «Penso sia normale che un artista abbia una sua forma in testa e su quella sperimenti, lavori, studi – commenta Vito Cimarosti – Mi è capitato di restare anche sette anni sulla stessa finché non ho esaurito quello che avevo da esprimere».

Katia Trinca Colonel

Nella foto:
Lucciola nera, scultura in pietra di Varenna di Vito Cimarosti del 2014
5 ottobre 2014

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