Vittime del Coronavirus, i conti non tornano. La ricerca shock: «Sono almeno il doppio»

Sono il 4% del totale. Il 96% versa in condizioni 'lievi'

Quante sono veramente le vittime del Coronavirus in provincia di Como e in Lombardia? Quanto sono credibili i numeri ufficiali, quelli che ogni giorno vengono diffusi nelle dirette social degli assessori regionali?
Dal primo giorno di questa emergenza che sta sconvolgendo le vite di tutti, il consigliere regionale del Partito Democratico Samuele Astuti, ricercatore della Liuc di Castellanza, analizza i dati della pandemia. Grafici, tabelle, curve tendenziali: un lavoro impressionante, che si concretizza in un quotidiano report sulla «evoluzione della situazione in Lombardia» e in alcuni studi specifici. L’ultimo dei quali, redatto con il supporto di Massimo Cavallin, è stato pubblicato l’altroieri ed è appunto relativo alla «analisi dei dati della mortalità» causata dalla Covid-19 in regione.
Quarantasette pagine alla fine delle quali sono molte di più le domande che le risposte. Domande cariche di angoscia, di fronte a numeri che non tornano. Astuti esamina i dati Istat della mortalità in Lombardia (prendendo in considerazione un campione di comuni) nel periodo che va dal 23 febbraio al 21 marzo degli anni 2015-2020.
Il primo elemento che salta agli occhi è «l’andamento dei decessi». Nel campione, che comprende il 56% della popolazione lombarda (e nello stesso tempo, i comuni in cui viene registrato il 72% dei decessi complessivi di Covid-19 in regione), l’anomalia del 2020 è spaventosa. «Il numero dei morti è più che raddoppiato rispetto agli anni precedenti; si passa da una media di circa 4.500 negli anni precedenti a quasi 10mila nel 2020. Nel campione in esame – scrive Astuti – i morti ufficialmente per Covid-19 sono 2.200, pari a circa il 20% dei decessi registrati». Un numero, dice il consigliere regionale del Pd, «evidentemente anomalo: i decessi riconducibili a Covid-19 sono in realtà molti di più».
L’andamento della mortalità, fino alla fine del mese di febbraio, è stata in linea con quello degli anni precedenti. «Da inizio marzo in tutta la regione le morti però iniziano a crescere, con picchi settimanali spaventosi a Bergamo (il 700% in più rispetto agli anni precedenti), a Cremona (oltre il 400%), a Brescia (oltre il 300%) e a Lodi (oltre il 250%)». A livello regionale, l’incremento è di oltre il 200% «nell’ultima settimana in esame rispetto agli anni precedenti».
Più in generale, dall’inizio della pandemia e fino al 21 marzo, il numero dei morti in Lombardia è cresciuto (rispetto ai cinque anni precedenti) di 5.450 unità, ovvero più del doppio (il 124%). Ufficialmente, però, soltanto 2.219 di questi morti sono stati segnalati come Covid-19. E gli altri 3.231? Come si spiegano? Come si spiega una crescita così elevata di decessi rispetto alla media dei 5 anni precedenti?
«Le morti ufficiali per Covid-19 non giustificano da sole l’incremento anomalo dei deceduti rispetto allo stesso periodo degli anni 2015-2019», scrive Astuti. C’è qualcosa che non torna.
Ovviamente, la provincia di Como non fa eccezione. Nel campione preso in esame (comuni nei quali vive il 32% della popolazione), tra la fine di febbraio e la fine di marzo 2015-2019 morivano in media 140 persone. Nel 2020 i decessi sono stati invece 232, vale a dire 92 in più (il 66% del totale). Bene, secondo le cifre ufficiali, di questi 92 soltanto 11 sarebbero stati vittima del Coronavirus. E gli altri 81? È credibile che vi sia stato un tale incremento di mortalità al di fuori dell’epidemia? Evidentemente no. Le conclusioni di Astuti sono nette. «Il dato ufficiale sulla mortalità da Covid-19 presenta, per la nostra regione, numeri anomali che non hanno eguali in alcuna altra parte del mondo». Questo accade perché in realtà la malattia è molto più diffusa, almeno 9 o 10 volte maggiore di quanto non dicano le cifre dei bollettini quotidiani.
Non solo: anche i morti di Coronavirus sono molti più di quelli accertati. Almeno il triplo, secondo le analisi statistiche di Astuti e dei ricercatori dell’Università di Castellanza.
Le cause di tutto ciò sono probabilmente molte. Il consigliere del Pd ne individua alcune, tra cui il progressivo «indebolimento della medicina di territorio, che nella nostra regione è stata ulteriormente messa in crisi dalla riforma sanitaria del 2015», quella che ha creato l’attuale scenario in cui operano le Ats e le Asst.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.