Vivere a Milano e dintorni e lavorare in Svizzera, il destino di 8mila frontalieri

passaggio doganale per i frontalieri

Ci sono, sugli 80mila lavoratori frontalieri in totale in Italia, 15mila persone che, pur operando in Svizzera e attraversando quotidianamente le dogane, risiedono in comuni fuori dalla fascia di confine, ovvero a una distanza maggiore di 20 chilometri dal confine stesso. E come tali, sotto il profilo fiscale non danno diritto ad alcun ristorno per i loro comuni di residenza.
Di questi, circa la metà provengono dall’area metropolitana milanese. «Sono in gran parte lavoratori con salari medio-alti – dice il sindacalista Pancrazio Raimondo, responsabile nazionale della Uil Frontalieri – Numericamente parlando, un lavoratore su cinque tra i frontalieri italiani in Svizzera è da considerare “fuori fascia”. Sono, come detto, per lo più lavoratori con stipendi e mansioni importanti, come bancari, ingegneri, chimici, dirigenti. Sono persone che non sono frontalieri dal punto di vista fiscale anche se lo sono dal punto di vista della sicurezza sociale, dell’indennità di malattia e della disoccupazione».
Di fronte alle novità che prefigura il nuovo accordo fiscale siglato tra Italia e Svizzera poco prima di Natale, lo scorso 23 dicembre, e che i parlamenti devono ratificare, secondo Pancrazio Raimondo «sarebbe da aggiornare la definizione stessa di “frontaliere”: «Lo smartworking sempre più in auge per le professioni che lo possono contemplare impone che nella stesura dello Statuto dei lavoratori frontalieri che auspichiamo andremo a siglare ad aprile, sperando che ci sia un governo, si tenga conto dell’evoluzione del mercato e della sua complessità. È anacronistico che sia considerato frontaliere solo chi passa quotidianamente il confine per andare a lavorare. È uno dei tanti aspetti che l’accordo di Natale ha toccato grazie a noi sindacati ma che va senz’altro perfezionato. Abbiamo mandato in soffitta il vecchio accordo del 1974, superato l’accordo parafato del 2015, ottenuto l’innalzamento della franchigia ossia della no tax area da 7.500 a 10mila euro, e la parità di trattamento per chi lavora in azienda e per chi lavora da casa, nonché la disoccupazione parametrata allo stipendio svizzero per chi rimane a casa. Ma secondo me c’è ancora tanto lavoro da fare per stabilire un contesto giuridico e normativo in cui l’accordo, quando entrerà in vigore, possa davvero funzionare e dare piena dignità a tutti i profili lavorativi».

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2 Commenti

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    Silvio , 2 Febbraio 2021 @ 9:10

    Lavoro in svizzera da 6 anni e vivo a Milano, non sono un top manager e vi ringrazio per esservi ricordati anche dei meno fortunati

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    Anonimo , 2 Febbraio 2021 @ 7:00

    Non è possibile che lo stato italiano costringa i cittadini a spostarsi all’estero per lavorare e sopravvivere con sacrifici giorno per giorno e lo stato pretende anche i soldi dei frontalieri vergona invece di chiedere i soldi create lavoro una indipendenza economica per i cittadini che potranno pagare le bollette e tasse senza dover emigrare perché se c’è una entrata mensile tutto pagheranno le tasse lo stato italiano e efficace in tre fasi pretendere il pagamento delle tasse non tenendo conto che se la gente non lavora non può pagare ! Portare al fallimento le piccole medie imprese e perdita di posti di lavoro con le leggi e decreti che si inventano.

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