Viviamo nella cultura dell’apparenza e dell’esteriorità

Mi presento, sono parte di un “capitale umano”, fatto di tanti giovani in cerca di futuro. Studio per la seconda laurea e mi ostino a non pensare che il mio lavoro per migliorare questo mondo sia snobbato. Giudicati bambini, perché ci piacciono i fumetti o delinquenti perché abbiamo un tatuaggio, noi giovani siamo molto più di quel che appare. Come resistiamo? Continuando ad amare quello che facciamo e cercando di trasmetterlo. Pensateci.
Giovanni C.

Risponde Agostino Clerici
Più che una lettera, queste parole assomigliano a una denuncia. Il reato è “disattenzione ai giovani”. Imputati sembrano essere tutti coloro che hanno raggiunto un posto di potere e lo tengono stretto, guardando con sospetto e un pizzico di disprezzo chi si affaccia alla ribalta del mondo.
Se posso permettermi un appunto critico, mi pare che la visione prospettata sia facilmente ribaltabile: le stesse ultime parole del nostro lettore – “Come resistiamo? Continuando ad amare quello che facciamo e cercando di trasmetterlo. Pensateci” – potrebbero stare sulla bocca di un anziano, e non bisognerebbe cambiare neanche una virgola.
Qui leggiamo l’amarezza di chi sale e si sente solo giudicato male. L’ipotetica versione con i capelli bianchi rappresenterebbe, invece, molto bene la proverbiale lamentela dei vecchi nei confronti delle giovani generazioni.
Credo che questo “scontro” sia ineliminabile. Eppure il futuro sta proprio nel superamento di uno sterile confronto tra passato e presente.
Ricordo i miei anni d’università. Mi avevano insegnato a studiare per migliorare me stesso e non tanto per migliorare il mondo, impresa titanica e niente affatto alla portata del singolo. Imparai presto a considerare superato un esame, nel momento stesso in cui chiudevo i libri la sera precedente: avevo messo tutta la mia fatica per studiare coscienziosamente? Se questa fatica c’era stata, avevo fatto il mio dovere e avevo già imparato qualcosa che sarebbe servito a me nella vita. Il giudizio dell’esame sarebbe stato legato a tanti fattori, anche di fortuna e di furbizia: era importante quel voto perché finiva sul libretto e faceva media, ma non era la cosa più importante. A mio parere, questo modo di procedere aiuta ad affrancarsi dal giudizio altrui e a seguire il dettato della propria coscienza.
Certo, non vivo su un altro pianeta. So bene che le forche caudine dei passaggi chiave del riconoscimento sociale sono presidiate da esaminatori non di rado immaturi o disonesti. Capisco sino in fondo l’amarezza del giovane lettore, che avverte di essere giudicato prima ancora di essere ascoltato e conosciuto.
Del resto, ciascuno di noi, almeno una volta al giorno, ha la sensazione di essere molto di più di quel che appare. Ma purtroppo viviamo nella cultura dell’apparenza e dell’esteriorità, ed è da coccodrilli lamentarsi a giorni alterni di quel clima in cui sguazziamo felici negli altri giorni alterni. Credo che, alla fin fine, lo scontro generazionale rischi di ridursi al confronto tra chi ha scalato e chi vuole a tutti i costi scalare, se non interviene una? scala oggettiva di valori veramente riconosciuti.
Lamentarsi per i torti subiti è doveroso, ma, affinché non sia sterile, deve accompagnarsi ad un cambiamento di mentalità, coraggioso anche se immediatamente perdente.
Intanto – non me ne voglia il nostro lettore, ma anch’io ho già qualche capello bianco – continui a fare la sua resistenza attiva, amando quello che fa e cercando di trarre il maggior profitto nel confronto tra ciò che impara e ciò che vive. Per fortuna, quando si è giovani, è ancora il tempo per imparare e non ancora quello di trasmettere?

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