di Mario Guidotti, Opinioni & Commenti

Voci, emozioni e volti del mestiere di medico

di Mario Guidotti

Nella tragicità delle malattie, e soprattutto di “certe” malattie, ci sono però quasi sempre risvolti positivi. Per come i pazienti restano ancorati alla vita, anche se questa sembra sfilacciarsi tra le mani giorno dopo giorno, per come cambia radicalmente la scala dei valori che tutti noi abbiamo di fronte alla malattia, alla disabilità, alla menomazione e alla possibilità della morte. Tutti sappiamo che dobbiamo morire prima o poi, ma ce lo teniamo ben nascosto. Sì, certo, i quotidiani e i telegiornali ce lo sbattono quasi giornalmente in faccia. Attentati, incidenti, disastri, finimondi. Ma, diciamocelo bene, è roba di altri, Noi siamo seduti comodamente in poltrona, non è affar nostro. Ma quando arriva quel disturbino, quel mal di testa, quel senso di nausea, quel formicolio, quel dolore che soprattutto di notte non ci dà pace, ecco che un pensierino lo facciamo anche noi. “Oddio, che sia la mia volta?”  Che in un drammatico e planetario gioco tipo “mercante in fiera”, sia uscita la nostra carta? Ecco quindi che crescono dentro di noi due linee di pensieri. Una di tipo risolutivo: presto, cerchiamo un medico, un guaritore, un mago, un chicchessia che mi risolva il guaio. E una di tipo filosofico: e se fosse una cosa grave? Che ne sarà di me? Dei miei cari? Dei miei mille impegni? Che cosa resterà di tutte le fatiche fatte? Avrò cambiato il mondo in meglio, sarò transitato per un qualche disegno o solo per un momento d’amore dei miei genitori? Come farà il pianeta ad andare avanti senza di me? E poi comincia a cambiare, talora a vacillare, quella scala dei valori che quotidianamente regge in qualche modo le nostre vite o alla quale le stesse si appoggiano, con fragilità o solidità. Non sempre questo cambiamento è totalmente negativo, anzi spesso nella malattia e nel sentire l’odore della fine del benessere molti danno il meglio di se stessi. Molti il peggio, certamente, ma ci sono dei modelli positivi che sono imperdibili. Perché di fronte alla domanda: “e adesso che cosa faccio?”, perché non guardare a quello che hanno fatto gli altri? È così che vorremmo raccontarvi, in questa rubrica che vi annoia da quasi due anni consecutivamente, storie di gente che si è ammalata, che è guarita o che non ce l’ha fatta. Non saranno, lo diciamo subito a scanso di equivoci, le solite storie strappalacrime, la solita retorica del dolore che (ahinoi) tanto piace. Vorremmo raccontare dei modelli, da storie vere, di persone ovviamente non riconoscibili. Gli altri come l’hanno presa? Gli altri come hanno fatto? Anzi, come ce l’hanno fatta a sopportare questo macigno che io non riesco a gestire? Perché osservare i modelli migliori, imparare da chi ci è passato prima, potrebbe essere il primo approccio intanto che impariamo la lezione anche noi. Non ci sarà alcun intento accademico nel raccontare, perché non sono cose che si insegnano, né si imparano sui libri. Sono voci, volti, emozioni che si vedono in questo mestiere e che meritano di essere raccontate.

8 settembre 2018

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