«Voleva fare il calciatore, ora preferisce l’infermiere»

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di Mario Guidotti

Coronavirus: notizie dal fronte. La prima linea è il Pronto Soccorso, c’è una “catena produttiva” dedicata ai malati potenzialmente infetti, che arrivano con febbre e insufficienza respiratoria e un’altra per i pazienti cosiddetti ordinari. Tra le persone della squadra che gestisce i primi si riconoscono a malapena gli occhi attraverso una visiera. Per il resto, tra copricapo, maschera, cuffia copricollo, camicione idrorepellente, calzari e tuta, non è sempre facile capire chi c’è sotto. Sono occhi perlopiù sorridenti, cambiano aspetto ogni volta che si sente in lontananza una sirena di ambulanza.

Il mezzo si ferma davanti alle porte del Pronto Soccorso che si spalancano, scende l’operatore del mezzo di emergenza e dichiara il problema clinico. È il momento più delicato, tutti guardano in quella direzione. Sembra cinico e drammatico ma se la risposta è “ictus, dolore toracico, addome acuto” si tira un respiro di sollievo e gli occhi dietro il mascherone tornano a sorridere.

Non perché si preferisca un malato a un altro, una patologia all’altra, ma perché sappiamo tutti che i caschi per respirare, i ventilatori a disposizione non basteranno se continueranno ad arrivare insufficienze respiratorie da Covid-19. Le seconde linee sono i servizi. Tutti parlano di tamponi in questi giorni, come margine di confine tra malattia e salute, in realtà serve sapere che la Tac toracica è attualmente uno snodo diagnostico fondamentale per riconoscere  una polmonite interstiziale, a prescindere dal risultato del tampone; non solo, ma ne dà soprattutto l’estensione e quindi la gravità, allertando i presìdi terapeutici successivi destinati a sostenere il malato nella ventilazione. Alla Tac bisogna arrivarci, tramite corridoi, ascensore, lettino e magari rianimatore di accompagnamento.

E, per quanto vi sia un percorso predisposto per malato potenzialmente infetto, tutto va poi sanificato e disinfettato, perché il successivo potrebbe non esserlo. Quindi una parola anche per gli addetti alle pulizie che corrono con i loro attrezzi dove serve con una intensità e rapidità non inferiore a quella di medici e infermieri.

La terza linea sono i reparti di degenza, Terapia Intensiva e gli altri, totalmente stravolti nelle loro competenze iniziali per far posto al malati di coronavirus, che, infetti o potenziali, necessitano di camera singola (che vuol dire sacrificare le doppie, quindi perdere un letto) con servizi. Può servire al lettore sapere che l’ospedale del centro di Como ha da quasi sei mesi un’ala in ristrutturazione edilizia. Staff infermieristici stravolti nei turni, guardie mediche raddoppiate con professionisti che hanno studiato decine di anni un settore e che di colpo devono occuparsi di altro, pur se doverosamente formati in tempi stretti dagli pneumologi, veri eroi di questi giorni.

Le buone notizie? Vengono da tante piccole e grandi cose: la Maternità dove nascono bimbi, i malati che guariscono, donazioni e poi tante telefonate e messaggi di solidarietà. Ma la più bella è stata di una paziente che mi ha telefonato: “Sa dottore, mio figlio voleva fare il calciatore, ora l’infermiere”.

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