Voti e titoli di studio in cerca di un valore

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Con l’ultima esternazione di Salvini sull’abolizione del valore legale del titolo di studio si  è riaperta la discussione su un tema delicato.  Rispondere a Salvini  dicendo che  vuole abolire il titolo di studio perché non è stato capace di prendere la laurea, commento prevalente sui social, oltre  a rappresentare un mondo ormai mosso da un’insanabile quanto pervasiva  invidia antropologica, non risponde al merito del problema; però l’obiezione parte dall’assunto che per svolgere un’attività di un certo livello occorrerebbe possedere la laurea. Cioè qualcosa che attesti  competenze e livello culturale.

Nei miei ricordi personali c’è ancora tutta le polemica sulla laurea della  Gelmini, allora ministro, alla quale veniva  rimproverato di averla conseguita a Reggio Calabria.  Non mi interessa tanto il merito,  quanto ciò che emerse da tutta la diatriba, e cioè l’idea diffusa che in Calabria sia  molto più facile prendersi una laurea che a Brescia, sua città di provenienza.

Quindi, sintetizzo, per essere degni di svolgere alcune attività non è sufficiente essere laureati ma esserlo in alcune università. Si chiama valutazione reputazionale, ed è una valutazione a tutti gli effetti, solo non effettuata dal  sistema, ma dall’ambiente esterno.

Come sappiamo, per accedere ai concorsi per i posti pubblici, e  non solo, viene richiesto  il titolo di studio con il voto di laurea. Sul sito di Poste Italiane, tra i requisiti per fare il  postino c’è il possesso di  diploma  con una votazione minima di 70/100 o una laurea (breve o magistrale) conseguita con  almeno 102/110.

Non chiedetemi perché, lo considero assurdo, ma questa ipervalutazione del voto scolastico è culturalmente in assoluta coerenza con quanto è stato riportato dalla stampa a proposito di una scuola di Enna che  ha sfornato per anni decine di diplomati senza che assistessero a una sola lezione.

La sopravvalutazione della parte burocratica, del pezzo di carta, e l’attenzione spostata sulla certificazione, ha prodotto una situazione paradossale per cui, ormai, quasi nessuno crede a ciò che viene certificato.

Amministrazione pubblica in primis. Dagli  ordini di scuola quando valutano quello inferiore (e allora si moltiplicano i test d’ingresso) alle commissioni concorsuali che bocciano laureati come se fossero bambini al loro primo esame; mentre i datori di lavoro si fidano solo di alcuni istituti o università e del lavoro che vedono.

A questo punto o siamo in grado di restituire un valore vero e omogeneo, su tutto il territorio nazionale, al voto e al titolo di studio, oppure  la considerazione di Salvini è del tutto pertinente.

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