Zaghouan, due lapidi e un pugno nello stomaco. Tutte le foto esclusive del viaggio in Tunisia

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Nel cimitero dove riposano Raffaella Castagna e Youssef nel giorno dell’anniversario

Due numeri, 2004 e 2006. Per chiunque non conosca l’arabo, sono gli unici segni leggibili su una piccola lapide che riproduce il Corano. Due numeri, un pugno nello stomaco. Perché, se non è certo una novità che Youssef avesse solo due anni quando il suo sorriso è stato spento per sempre, quei numeri, la data di nascita e di morte, visti in mezzo a un mare di caratteri incomprensibili, tolgono il fiato. Materializzano in un istante l’immagine dell’orrore di quell’11 dicembre di sette anni fa.

Il secondo pugno nello stomaco arriva poco dopo. Basta allargare lo sguardo alla tomba. Una lastra di marmo con un minuscolo rettangolo di terra nel mezzo. Non c’è un’immagine, un fiore, un disegno, un pupazzo. Non c’è, insomma, nulla di quello che siamo portati ad associare alla tomba di un bimbo strappato alla vita troppo presto. L’istinto è di posare subito sul marmo quella macchinina dimenticata dai figli in una tasca della borsa. Non può essere così spoglio e freddo, l’ultimo lettino di un bimbo di due anni.
Ma è giusto fermarsi un attimo, prima di posare quel giocattolo. Perché la condizione della tomba di Youssef non è segno di incuria, trascuratezza o, peggio, dimenticanza. Semplicemente, il piccolo Marzouk riposa in un cimitero islamico. E non ci sono variazioni sul tema, in quella spianata immensa di lastre di marmo una uguale all’altra. Il nome del defunto, con gli anni di nascita e morte, è scolpito sulla lapide che riproduce il Corano. Allahu akbar, Dio è il più grande, è la frase riportata su ciascuna delle tombe, accanto a un versetto del Corano.
La tomba di Youssef Marzouk, come quella di mamma Raffaella, non fa eccezione. L’eccezione, piuttosto, è in sè la tomba di Raffaella. Quando chiedi a un residente di Zaghouan un aiuto per trovare il luogo in cui è sepolta Raffaella Castagna, «una donna italiana moglie di un tunisino di questa città», i locali indicano un piccolo cimitero “secondario”, ben distinto da quello principale. È il camposanto dedicato agli stranieri. Meglio, ai non islamici, che riposano lontano dai musulmani.
Raffaella però fa eccezione. Azouz ha voluto per la moglie un posto nel cimitero “vero” di Zaghouan, accanto al figlioletto. Certo, di italiano c’è solo il nome della donna, seppure scritto in arabo. Il cognome riportato accanto è Marzouk, quello del marito e del loro bambino. Spicca anche in questo caso la data di nascita della giovane mamma, 1976, seguita da quella della morte, la stessa di suo figlio, 11 dicembre 2006.
Nome e data di nascita a parte, i caratteri in arabo riportati sulla lapide di mamma e figlio sono identici. Allahu akbar, è inciso in cima alla pagina di sinistra, mentre sulla parte destra del Corano è riprodotto un versetto del libro sacro dell’Islam. Tradotto liberamente, spiega un cittadino di Zaghouan in visita al cimitero, significa «ti è accaduta una cosa brutta, ma ora sei tornato da Dio».
Le tombe di Raffaella e Youssef sono pulite e curate. Sono circondate da un muretto che le separa da quelle circostanti e permette di distinguerle in quella spianata enorme dalla quale si vede l’intero abitato di Zaghouan. Per tradizione, le visite ai defunti si fanno in particolare il giovedì e il venerdì. Negli altri giorni della settimana, i visitatori sono rari. E spariscono del tutto quando si avvicina l’ora del tramonto.
Sta calando il sole, su Zaghouan. Si accendono luci verdi sulle moschee e sui minareti della città. È l’ora della preghiera. La voce del muezzin, rimbalzata dall’altoparlante, arriva distintamente tra le lapidi. Accarezza migliaia di nomi incisi sul marmo. Riecheggia nell’aria immobile, senza un filo di vento.
Allahu akbar, ripete il muezzin nell’altoparlante. E, in quell’atmosfera, non appare blasfemo né stonato il segno di croce che accompagna involontariamente la preghiera. Nel buio, non sembrano più così spoglie quelle tombe. E non c’è bisogno di avere una foto davanti agli occhi per rivedere lo sguardo di mamma Raffaella posato sul viso tondo di Youssef. Che sorride. Anche sette anni dopo quella maledetta sera di dicembre. Non è rigida come a Erba, la temperatura a Zaghouan. La pelle d’oca però è la stessa di via Diaz anche a 1.500 chilometri di distanza. Mentre si spegne anche l’eco della voce del muezzin e resta solo il buio su una spianata di lapidi una uguale all’altra.
Anna Campaniello
Nella foto: Un cartello indica Zaghouan, dopo un’ora e mezzo circa di viaggio in auto dalla capitale Tunisi. Sullo sfondo il centro abitato del paese tunisino in cui Azouz è nato ed è tornato a vivere dopo la strage (fotoservizio Mattia Vacca)

 FOTO MATTIA VACCA ©  

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