Zelbio Cult, Sara Loffredi presenta “Fronte di scavo”

La scrittrice Sara Loffredi

Il romanzo che porta dentro il cuore del Monte Bianco e degli uomini che fecero il Traforo

“Cosa c’è di là di così interessante? mi chiese un giorno un minatore di Treviso che capivo a metà, venticinque anni e già tre figli ad aspettarlo. Cosa c’è, dici? Un altro Paese, un’altra lingua, un pezzo di mondo che poi è lo stesso ma visto da un’altra prospettiva. È per questo che vale la pena spingere la carne di tutti noi fin laggiù, stipati lì in mezzo a scavare, facendo arrabbiare la montagna che non ci lascia in pace. Il minatore di Treviso rise, versandomi altro vino”.
“Di là” c’è la Francia; “di qua”, l’Italia. È il 14 agosto 1962, esattamente 58 anni fa, e al centro del Monte Bianco viene abbattuto l’ultimo diaframma di granito che divide le due nazioni. I minatori si abbracciano commossi, sono consapevoli di vivere quella che verrà definita la piú grande operazione di “chirurgia geografica” del secondo dopoguerra: il traforo del Monte Bianco.
Sara Loffredi nel suo romanzo Fronte di scavo (Einaudi) – che presenta domani sera a Zelbio per la rassegna curata da Armando Besio (prenotazioni al sito www.zelbiocult.it) – prende il lettore e gli “spinge la carne fin laggiù”, dentro la “Regina bianca”, così viene chiamata la montagna che con i suoi 4.808 metri di altitudine domina le Alpi italiane e francesi. Il protagonista della storia è Ettore, ingegnere a capo dei lavori, un uomo sempre in fuga, innanzitutto da se stesso; un giovane pragmatico, preso dal lavoro, da una passione per Nina, conosciuta sul cantiere, e dall’amicizia per Hervé, il capocantiere che gli farà scoprire, a lui milanese di città, cosa significa salirla a piedi la montagna, e, passo dopo passo, sentirla respirare nell’affanno del proprio fiato. Il “fronte di scavo” verso quel “pezzo di mondo che poi è lo stesso ma visto da un’altra prospettiva” – come Ettore risponde al minatore di Treviso – e per cui val la pena scavare, si staglia parallelo a quello interiore. Uno scavo dentro la roccia dei ricordi e dei sentimenti di Ettore, che si allarga alla cerchia degli affetti e delle amicizie che nascono sul cantiere.


Sara Loffredi è nata a Milano nel 1978 e ha vissuto gli anni dell’infanzia “nella Valle” come chiama i luoghi intorno a cui il progetto del Monte Bianco ha preso forma. I suoi nonni emigrarono dalla Calabria in Valle d’Aosta e un fratello della nonna fu minatore. «Anche mio padre lavorò al tunnel negli anni Settanta – racconta la scrittrice – era un cambiavalute e la sua postazione era proprio all’ingresso del varco».
Insomma, il Traforo del Bianco l’ha respirato fin da piccola…
«Mi affascina da sempre, trascorrevo le estati in valle e siccome da bambina avevo molta fantasia, inventavo storie legate a questa montagna che per me era già nata “col buco”. Poi un bel giorno ho cominciato a documentarmi, ho letto tutto sulla costruzione del traforo: resoconti, biografie, studi, progetti… Mi piace che le mie storie siano ancorate ai dati di realtà».
Il protagonista, Ettore, è infatti una figura molto realistica, sicuro di sé nel lavoro ma con un tormento interiore.
«C’è un po’ di me in Ettore, o meglio c’è un po’ della me del passato, ho trasposto in lui quella incapacità di affrontare le cose dell’infanzia che rimangono sospese; sono sempre stata molto volitiva e come lui andavo avanti come un camion, molto seria sul lavoro, molto prestazionale, ma poi sono stata obbligata dalla vita a fermarmi e a intraprendere anch’io il mio scavo metaforico».
Nel romanzo ci sono flashback della famiglia di Ettore ambientati a Bellagio.
«Bellagio è stata perfetta per l’incastro narrativo, in realtà il Lago di Como l’ho scoperto da poco perché mia mamma è bresciana e per me il lago è sempre stato quello di Garda. Avevo però bisogno di un posto di villeggiatura dove una famiglia borghese potesse sfollare negli anni della Seconda Guerra Mondiale, e Bellagio mi è sembrata ideale».
Oggi è l’anniversario dell’incontro tra italiani e francesi nel tunnel, un evento che la stampa di tutto il mondo seguì con trepidazione. Lei ha riacceso quelle emozioni.
«Ci sono due esperti che mi hanno aiutato moltissimo nella stesura del romanzo, Giuseppe Giobellina e Franco Cuaz. Il primo è lo storico ufficiale della costruzione del tunnel, incaricato dalla Società Monte Bianco, il secondo è stato direttore di esercizio e in pratica ha fatto funzionare per quarant’anni il traforo. Entrambi sono stati contentissimi del mio libro, mi hanno detto di aver rivissuto tante emozioni. Poi, durante una presentazione a Courmayeur, arriva un signore 90enne con il cappello bianco, molto distinto e mi dice “io il tunnel l’ho conosciuto”: ai tempi era il capoufficio tecnico del Comune di Courmayeur, mi sono commossa».
Oggi i ghiacciai si sciolgono, le montagne franano: è l’arroganza dell’uomo?
«In 50 anni è cambiato tutto, ma mi sembra che allora ci fosse un gioco ad armi pari, gli uomini scavavano a mani nude e non erano chiusi in una talpa».

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