di Marco Guggiari
Dicevano gli antichi che la storia è maestra di vita e non c’è motivo di dubitarne. Nel sito del neonato M9, il Museo del Novecento inaugurato lo scorso primo dicembre a Mestre, c’è una bella definizione di questa iniziativa: “Far conoscere il passato, comprendere il presente e avere fiducia nel futuro”. Obiettivi importanti e per nulla scontati. Como dovrebbe farli propri, in prospettiva, aggiungendovi uno scopo pratico e utilitaristico: l’uso della cultura, in senso ampio, per corroborare la famosa vocazione turistica implicita nella bellezza dei luoghi. Ne scriviamo perché, oltre a Mestre, anche Ravenna ha investito su questa scommessa. A Classe, vicino alla città romagnola, dove sorge la Basilica di Sant’Apollinare, famosa per i suoi splendidi mosaici, lo stesso primo dicembre è stato tagliato il nastro del Museo Classis, che ospita la storia locale. Uno zuccherificio dismesso di fine ’800 è stato recuperato a tal fine. Ravenna fu il cuore di tante civiltà e ospitò un grande andirivieni di popoli, ma Como avrebbe a sua volta le carte in regola per qualcosa di simile. Ricordiamo poche cose, tra le tante: la sua antica origine romana, Cecilio, i suoi Plinii, Alessandro Volta, il Cardinale Tolomeo Gallio, la sua epopea della seta, il Razionalismo in architettura e l’astrattismo nella pittura… Tutti segni distintivi, potenzialmente in grado di attirare, insieme con la formazione del lago e primari monumenti civili e religiosi, un gran numero di studiosi e di studenti e massimamente di turisti. Come fare però? Le due esperienze di Mestre e di Ravenna, operative da nove giorni, insegnano molto. Primo dato: partire da lontano. Nella città attigua a Venezia hanno iniziato nel 2002; nel capoluogo romagnolo nel 2010. Primo insegnamento: le cose ambiziose richiedono tempo, ma non è questo il problema, visto che qui da noi siamo abituati a tempi lunghi, anche doppi e tripli e più, rispetto a quanto previsto… Secondo dato: le risorse necessarie. Sono ingenti. Ravenna ha avuto bisogno di 22 milioni di euro; Mestre addirittura 110. Entrambe le città, però, hanno usufruito del concorso di Banche e Fondazioni danarose e di istituzioni pubbliche. Secondo insegnamento: servono programmazione, condivisione e alleanze strategiche. Terzo dato: la popolazione, come base di partenza. Ravenna ha 159mila abitanti; Mestre 176mila. Ognuna delle due, grosso modo, il doppio di Como. Ma Como ha intorno paesi, luoghi, esperienze che possono integrare i suoi circa 83mila residenti. Terzo insegnamento: rilanciare l’idea di una Grande Como. Sono suggestioni. Resta lo spunto di un possibile museo moderno, multimediale, un’officina del sapere tecnologica e interattiva. Ravenna lo ha creato trasformando un grande luogo di lavoro in grande luogo di cultura. Mestre ha fatto altrettanto recuperando un ex convento, ristrutturando un edificio direzionale degli anni ’70 e costruendo ulteriori nuovi spazi. Ditemi che Como non ha archeologia industriale (la Santarella, per dirne una), o edifici attualmente privi di funzioni e tali chissà per quanto tempo ancora (i padiglioni più vecchi dell’ex Sant’Anna) e vi dirò che siete distratti. Nel nostro piccolo, potremmo. Basta seguire le istruzioni.
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