A Gravedona un rarissimo “Cristo con la gonna”

Palazzo gallio a Gravedona, meta della crociera del 19 settembre

Un dipinto in attesa di restauro come il luogo che lo custodisce, in una parete laterale, collega il Lario alla Spagna e alla Sicilia.
L’oratorio gravedonese della Madonna (o Beata Vergine) della Soledad, edificio barocco che si affaccia sulla piazzetta dell’antico molo di Carale, attuale piazza Mazzini, appartiene alla famiglia Motti.
Fu voluto come oratorio gentilizio e con dedica alla Madonna della Soledad (Nuestra Señora de la Soledad) dal gravedonese Giovan Battista Giovannini (Gravedona 1636-Madrid 1691), diventato in Spagna chirurgo personale di Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV.
Un inventario riferisce che in questo oratorio gravedonese fosse un tempo conservato in adeguata teca di piombo il cuore di Giovanni d’Austria, prelevato dopo l’autopsia.
Ha studiato questo luogo lariano – che non è aperto al pubblico ed è in attesa di essere promosso come luogo del turismo culturale – e il dipinto originalissimo che esso ancora ospita, Paolo Militello, docente di storia moderna all’Università di Catania, in un articolo della rivista culturale “Altolariana”, periodico della omonima società storica gravedonese.
Il saggio intitolato Sulle tracce del Cristo di Burgos. Storie di uomini e dipinti del Seicento tra Castiglia, Lombardia e Sicilia è stato poi riedito nel volume dello stesso Militello Storie mediterranee edito da Carocci con una autorevole postfazione di Maurice Aymard, storico, successore di Fernand Braudel alla direzione della Maison des Sciences de l’Homme e directeur d’études presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Che sottolinea come la ricerca di Militello individua nel triangolo “Madrid-Gravedona-Scicli” «la struttura spaziale del dominio spagnolo sul Mediterraneo occidentale».
In questo oratorio gravedonese, ecco il perno della storia: c’è un dipinto senza firma né data raffigurante il “Cristo di Burgos” di provenienza spagnola e quasi sicuramente, si legge nel saggio, donato dallo stesso chirurgo Giovannini.
Gesù vi si staglia dal fondo scuro in croce vestito solo di un panno bianco, impreziosito da una fascia di merletto, che lo copre dai fianchi fin quasi alle caviglie. Un “Cristo con la gonna” simile al Cristo di Burgos di Scicli venerato nella chiesa di San Giovanni Evangelista.
Ma la storia parte dal Trecento, nella ricostruzione di Militello.
Un mercante si salva da una tempesta in mare grazie a una statua che raffigura Cristo, rinvenuta in una cassa galleggiante. Un Cristo snodato, particolarmente realistico.
Un segno della benevolenza divina, che il mercante riconoscente donerà ai frati agostiniani di Burgos, dando così il via al culto fonte di miracoli nella Cattedrale della città. Semplici fedeli, ma anche santi e regnanti, giungeranno da tutta la Spagna per venerare il “Cristo di Burgos”, compresa la regina Isabella di Castiglia.
E Gravedona? Come ricorda Militello, nel Seicento era parte dei domini spagnoli periferici, e si caratterizzava per un importante movimento migratorio: operai, artigiani, artisti, commercianti, andavano a cercar fortuna dal Lago di Como giù in Sicilia (soprattutto a Palermo). Da parte sua il Cristo venerato a Burgos dopo lo scampato naufragio aveva dato vita a una fiorente iconografia pittorica. «Fra i modelli iconografici, particolare successo ebbe quello realizzato nei decenni centrali del Seicento – dice Militello – da Mateo Cerezo el Viejo, pittore attivo tra il 1636 e il 16791, padre del più celebre Cerezo el Joven e autore di un’immagine del Cristo di Burgos riprodotta da decine di suoi allievi o imitatori, più o meno anonimi. Tra questi ci sentiamo di annoverare anche i nostri due dipinti, molto simili tra loro, che del modello “cereziano” sembrano riprendere le linee generali».
Il Cristo di Burgos venerato a Scicli del 1695 si deve alla mano del pittore castigliano Joan a Plazin.
«Allo stato attuale delle conoscenze sono gli unici attestati in Italia» sottolinea nel suo saggio Militello parlando dei dipinti di Scicli e Gravedona ispirati dalla statua castigliana «e – prosegue – la particolarità della presenza, in due città agli antipodi del territorio italiano, di un’iconografia a prevalente diffusione ispano-americana. Cosa, o chi, ha portato i due quadri a Scicli e a Gravedona? Per mancanza di fonti documentarie non siamo ancora stati in grado di dare una risposta certa a questa domanda, ma abbiamo potuto segnalare le due opere d’arte, finora poco conosciute, e formulare delle ipotesi sulle loro storie e i loro spostamenti, basandoci sulle tracce e sugli indizi che esse ci hanno lasciato».
Il saggio di Militello non è che un esempio della ricca messe di ricerche che la rivista ha prodotto in questi anni: indagini di archivio che svelano i retroscena dei tesori d’arte dell’Alto Lario e che spesso si possono leggere come avvincenti avventure di scoperta. “Altolariana” fa sapere Pieralda Albonico Comalini, anima della società storica gravedonese, ha pronto il nuovo numero di oltre 500 pagine e festeggia i suoi primi 10 anni di attività.

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