Abbiamo paura dei veri nomi. Arriveremo ai “diversamente sani”

La riflessione
di Mario Guidotti

Tra le pieghe di un assonnato agosto va in scena una notizia che sa molto di bufala estiva, ma che invece è autorevole e anzi andrà a modificare il Codice di deontologia medica, la vera bibbia che orienta (dovrebbe orientare) i discepoli di Ippocrate ed Esculapio prima ancora della giurisprudenza.
Tra le novità non si chiamerà più “paziente” chi chiede di essere curato perché non si sente bene, ma “persona assistita”. Meno che meno malato, ma da tempo

il termine era messo al bando.
Tanto per chiarire subito: paziente era da “patiens”, colui che patisce, non da pazientare. Ma è un dettaglio. Va detto che viviamo tempi misteriosi, in cui, sempre per strani motivi, non chiamiamo più le persone con il loro nome.
Siamo partiti dai bidelli riverniciati a personale non docente, siamo transitati dai diversamente abili per handicappati, dagli audiolesi e videolesi rispettivamente per sordi e ciechi, fino ad arrivare alle escort, che quelli della nostra generazione credevano fossero rombanti berlinette e ora scoprono essere tutt’altre cose, pardòn, signore.
Non si sa bene dove andremo a finire. Se cioè vedremo anche chi è sotto il metro e settanta essere definito “diversamente alto”, e perché no il ladro (anzi, presunto fino al terzo grado di giudizio e forse oltre) chiamato “diversamente onesto”. In altri campi ci si può arrangiare, ma in sanità abbiamo bisogno di chiarezza, visto che già abbiamo poche certezze dovute alla variabilità della biologia e del tessuto vivente. Perché, forse non ci crederete, serve sapere chi è malato e chi no. Persona assistita può essere un anziano fragile, un neonato, un portatore di postumi e non di patologia attiva. Malato è un’altra persona, con altri bisogni. Arriveremo a una sottoclassificazione dell’assistito: urgente, immediato, ritardabile, prorogabile, in scadenza, ed a seguire come i prodotti del mercato? No, non ci piace.
Sento già che verremo additati per resistenza al cambiamento. Biasimo tipico, di grande attualità. Appena uno non si accoda all’andazzo generale, o ad una procedura demenziale, è accusato di resistenza al cambiamento. Quindi anticipiamo la critica e, anzi, proponiamo di chiamare le persone con il proprio nome e cognome. Scherzate? Divieto. Abominio. Sacrilegio. Dove mettete la privacy? Usiamo i numeri come al bancone della gastronomia? Idea bislacca e vietata. Sentiamo già l’accusa di gestire le persone come numeri. Siamo in un guazzabuglio, ci viene quasi il mal di testa, anzi una cefalea, fa più fino.
Vi prego allora, lasciateci chiamare malato chi è tale, in fondo, che discriminazione è? Prima o poi malati lo siamo tutti. Non costringeteci ad arrivare, di questo passo, a chiamarlo “diversamente sano”.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.