Abusi filmati su una bambina: sceglie l’Abbreviato

Tribunale Milano

Hanno scelto il rito Abbreviato (che in caso di condanna potrebbe portate a uno sconto di pena di un terzo) i due indagati nel processo per una brutta vicenda di abusi ai danni di una bambina piccola. L’udienza è stata poi rinviata di qualche settimana, mentre già ieri in aula si sono costituite come parti civili sia la mamma della bambina, sia la bambina stessa tramite il proprio genitore. L’udienza preliminare si è tenuta a Milano, tribunale competente, e sul banco c’erano le accuse di violenza sessuale aggravata su una minore e detenzione di materiale pedopornografico.
A rispondere alle contestazioni c’è soprattutto un 30enne del Comasco, e con lui è finita davanti al giudice anche la compagna – 30 anni – accusata di concorso per «aver omesso di denunciare i fatti» nonostante fosse sempre stata presente «nell’abitazione in cui questi avvenivano». Il capo di imputazione, messo nero su bianco dalla Procura della Repubblica di Milano, è un film dell’orrore. Il 30enne è accusato sia di detenzione di materiale pedopornografico (4.473 video, molti autoprodotti, e 6.915 immagini), sia di aver abusato di una bambina di pochi anni (meno di cinque), dopo averla drogata con un sedativo, e filmato tutto con una videocamera. Avrebbe poi tentato di mettere in vendita online i video nel deep web. Non solo, ma dalle indagini è emerso – ed è stato bloccato prima della pubblicazione – un vero e proprio tutorial autoprodotto (tradotto anche in inglese) con istruzione su come abusare di minori drogandoli e senza che questi se ne accorgessero. Un dettagliatissimo racconto con aberranti appunti sulle riprese da effettuare e i «travestimenti da utilizzare per confonderne i ricordi». Un orrore. Alle accuse, proprio per questo motivo, è stata anche aggiunta quella di istigazione a pratiche di pedofilia.
L’inchiesta della polizia postale, sezione reati contro le fasce deboli, era scattata dopo la segnalazione dei video giunta dagli Stati Uniti. Le autorità americane si erano rivolte a quelle italiane perché, nelle immagini delle violenze, avrebbero riconosciuto alcuni dettagli, come un sacchetto della spesa, riconducibili all’Italia.

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