«Abusi su una bimba»: la Cassazione “cancella” tutto

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Da una parte un informatico di Brescia che lavorava in una università di Milano, 52 anni. Dall’altra una bambina che all’epoca dei fatti aveva 4 anni e che, tramite i genitori – che erano amici del 52enne e della sua compagna – lo accusa di tre abusi avvenuti nel fine settimana del 7 e 8 ottobre 2017 tra una casa di Lipomo e il bosco vicino. Episodi di palpeggiamenti e carezze intime che non hanno ancora ottenuto una definizione, visto che dopo le condanne in primo grado (a 7 anni e 8 mesi) e in Appello (pena ridotta a 4 anni ritenendo i fatti, seppur avvenuti, «fugaci» e non «particolarmente invasivi») hanno visto l’annullamento della sentenza da parte della Cassazione, con motivi che ancora non sono noti. Ricorso che era stato predisposto dall’avvocato Davide Arcellaschi, che tuttavia ha rimesso il mandato prima dell’udienza a Roma. Tutto, insomma, torna a Milano, nell’ambito di una brutta vicenda che ancora non ha potuto scrivere la parola fine.
Quanto accaduto risale ad anni fa, quando l’informatico bresciano e la compagna (i due hanno una figlia) decidono di passare un fine settimana a Lipomo da una coppia di amici, che a sua volta ha una figlia di 4 anni. Il padre della piccola, tuttavia, già in una precedente vacanza al mare aveva notato, a suo dire, atteggiamenti poco consoni da parte del 52enne. Motivo per cui, prima di accoglierli in casa, decide di tenere particolarmente controllati i movimenti dell’uomo. Così, nel giro di appena due giorni, sarebbero stati tre gli episodi sospetti, non visti direttamente dai genitori («e questo – secondo il giudice di primo e anche di secondo grado – è un indice di garanzia sul fatto che non ci fossero intenti calunniatori») ma raccontati alla sera dalla stessa bambina, che avrebbe fatto riferimento a carezze nelle parti intime.
Le indagini erano state condotte dalla squadra Mobile di Como, che si era mossa dopo la denuncia dei genitori della bambina. Prima di presentarsi in questura, tuttavia, papà e mamma (che in questo lungo percorso processuale sono stati assistiti dall’avvocato Massimo Di Marco) avevano prima incontrato l’asilo, poi una psicopedagogista. La madre aveva anche voluto affrontare di persona, a Milano, la sua amica e compagna dell’uomo, per riferirle quanto avvenuto. Nelle perquisizioni gli agenti avevano rinvenuto – nelle disponibilità dell’indagato – alcune immagini pedopornografiche, con scatti anche della propria figlia. Insomma, una storia maledetta, poi sintetizzata nel capo di imputazione che parla di tre episodi di palpeggiamenti riferiti dalla bambina – e combacianti con i momenti “dubbi” che erano stati individuati dai genitori – avvenuti tra la cameretta, la camera e il bosco.
L’imputato, che non ha mai voluto rispondere alle domande dei giudici, rilasciando solo delle spontanee dichiarazioni, era dunque stato riconosciuto colpevole in primo grado a 7 anni e 8 mesi. Il Collegio di Como aveva sottolineato come i «dati di diretta percezione da parte dei due genitori» sui tre episodi, erano stati «rafforzati dalle dichiarazioni della bambina su precise condotte da lei subite».
In secondo grado, la pena era scesa a 4 anni, non per dubbi sulla ricostruzione dei fatti da parte del Collegio di Como, ma solo «in considerazione della fugacità e della non particolare invasività delle condotte, che non sembrano aver inciso in modo rilevante sullo sviluppo psico-fisico della vittima». Ora, a sorpresa, il colpo di spugna della Cassazione che tiene ancora tutto aperto. Alla parte civile, rappresentata come detto dall’avvocato Di Marco, erano stati riconosciuti 30mila euro di risarcimento.

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