Accordo fiscale Italia-Svizzera, i Comuni “frenano”: «L’intesa è ancora tutta da scrivere»

Dogana di Ponte Chiasso, frontiera, confine con la Svizzera

«Prima di firmare una preintesa con la Svizzera è necessario che il testo sia condiviso con i frontalieri e le loro rappresentanze sindacali, ma anche con gli enti locali. Perché l’accordo incide su una economia che ha strutturato territori da una parte e dall’altra del confine, e non si costruisce una norma senza sentire il territorio». Massimo Mastromarino, sindaco di Lavena Ponte Tresa e presidente dell’associazione dei Comuni di frontiera, interviene sull’ipotesi di accordo tra Roma e Berna per la revisione del trattato sulla doppia imposizione fiscale.
La preoccupazione principale di Mastromarino è relativa, ovviamente, al destino dei ristorni. Ma la sua riflessione va oltre. «Non c’è alcuna fretta di chiudere – dice il sindaco di Lavena Ponte Tresa – siamo in una fase epidemica, un periodo nel quale anche l’economia transfrontaliera vive di incertezze. Prima di modificare un accordo che funziona bisogna valutare molte cose».
Ce ne dica qualcuna: «Sui ristorni, ad esempio, è fondamentale che il nuovo
meccanismo del fondo statale entri nell’accordo e non sia demandato a provvedimenti successivi. L’attuale sistema, che definirei pienamente
federalista, non può essere smantellato senza garanzie per i Comuni».
I ticinesi dicono che i soldi dei ristorni non sono utilizzati come si dovrebbe.
«Non è vero. Ci sono rendiconti annuali, Comune per Comune, trasmessi al Mef e al consiglio federale. I fondi vengono usati per il 30% in spesa corrente e per il 70% in investimenti. Una quota, peraltro, forse eccessiva perché la manutenzione e l’ammodernamento delle opere ha un costo elevato».
Che cosa teme del nuovo accordo? «Nulla, auspico che venga mantenuto quanto promesso dal governo italiano: non un euro in più di tasse ai frontalieri e non un euro in meno ai Comuni».
Lo giudica un obiettivo possibile?
«Quando 5 anni fa non ci chiamarono al tavolo della trattativa, il risultato è stato disastroso. Per questo genere di intese servono tempo e il coinvolgimento attivo di tutti gli attori in campo».
La Svizzera però preme molto, anche soltanto sulla firma di una pre-intesa.
«Tutti gli accordi hanno una parte tecnica che dev’essere scritta bene. Su questo, credo, c’è ancora molto da lavorare».
Anche il Ticino chiede di fare presto e di avere più risorse.
«Certe posizioni ticinesi sono un po’ vecchie. Continuano a ragionare come se il Covid-19 non ci fosse mai stato. La pandemia ci ha insegnato che l’economia transfrontaliera sta in piedi perché due parti collaborano attivamente. Se vogliamo riscrivere un accordo bisogna partire dalla consapevolezza che il territorio è unico. Bisogna tenere conto dei profondi
mutamenti sociali a cavallo del confine. E peraltro non sappiamo che cosa succederà nei prossimi mesi».
È ottimista o pessimista? «Come sempre guardo le cose dal punto di vista del territorio. Auspico che tutti gli interventi siano a favore del territorio. O vinciamo o perdiamo tutti, in questo momento non è il caso di dividersi».

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