Adesso alcune certezze, per favore

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di Marco Guggiari

Ci siamo. Archiviato un Primo Maggio in cui c’era ben poco da festeggiare, da domani sfidiamo il virus con la fase due. Gli ultimi giorni sono stati più confortanti per i numeri dei contagi comaschi, ma ancora in altalena, senza un miglioramento costante e consolidato. Riprendono alcune attività lavorative, i trasporti pubblici sono attesi alla prova, riaprono i parchi pubblici, ci si può muovere a piedi lontano da casa, è permesso andare in visita da un parente stretto. Il rischio è di essere temerari e sarà misurato nel giro delle prossime due settimane. Non è finito tutto, il coronavirus è ancora tra noi e ci resterà per chissà quanto tempo.

Negli ultimi due mesi le nostre vite sono trascorse all’insegna della disciplina e della pazienza, segnate da sacrifici lavorativi, economici e con la libertà ridotta al minimo. Adesso c’è in ballo una nuova grande prova di responsabilità individuale, fatta di scrupolo e di attenzione.

Abbiamo però diritto al alcune certezze. Una è la chiarezza nella comunicazione. Ci siamo arrovellati per tutta la settimana tentando di capire bene cosa si può e cosa non si può fare e con quali limiti, senza riuscirci. Segno che la comunicazione non ha funzionato. Evidentemente non è una prerogativa dei politici e nemmeno dei comitati di esperti e di scienziati. È stata insufficiente, a dir poco e a voler pensare bene. Se si pensa male, si deduce invece che faceva comodo lasciare margini di ambiguità, o che non era chiaro nemmeno al decisore cosa può fare e chi.

Assurda e, a suo modo, esilarante è stata la cernita dei congiunti e la distinzione sugli affetti stabili. Per il futuro serve qualcuno che spieghi tutto in modo trasparente e intelligibile a ognuno. È un’esigenza prioritaria ed è singolare che tra tante competenze coinvolte non ne sia stata pensata e individuata una di questo tipo.

L’altro punto che richiede certezza è l’aiuto dello Stato alle persone, alle famiglie e alle aziende. Un aiuto semplificatorio, oltre che finanziario. La vita delle imprese, anche piccole, è stata però complicata, anziché agevolata, da tomi di documenti che occorre presentare alle banche. E questo, per avere prestiti, che poi diventano debiti e non aiuti a fondo perduto da parte dello Stato, come sarebbe logico attendersi nella fase presente. Quello stesso Stato che ha promesso protezione, per cui sarebbe logico aspettarsi atti conseguenti.

Occorre fare attenzione perché il malessere sociale può portare lontano. E poi, saremo tutti più poveri se, oltre a contare i morti, assisteremo anche alle chiusure definitive di bar, negozi, ristoranti e di tante altre tipologie di esercizi. Un rimedio va trovato in fretta, tagliando corto e di netto con burocrazia e scartoffie, puntando su autocertificazioni a pena di sanzioni dure e certe in caso di mendacia.

Da ultimo, dobbiamo pensare al presente, ma anche al futuro. Ricominciare a pensare e a progettare. Reimparare a farlo. Non si tratta di essere indovini, ma di prepararsi alle evenienze, anche a quelle meno plausibili, meno note, per fortuna meno frequenti, come una pandemia. Chi ne ha titolo per responsabilità politica deve preoccuparsi delle inadeguatezze e delle infrastrutture deboli di questo Paese. Nella sanità, nella scuola, nei trasporti. E in altri ambiti. È necessario pensare fin d’ora a una società diventata più complicata e complessa anche a causa del coronavirus.

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