Alberghi e ristorazione, il fatturato cala del 75%: in crisi tutto il settore

Lago di Como dall'alto

Difficile identificare il settore economico che è stato maggiormente devastato dalla pandemia. Di certo, con i loro quattro mesi e mezzo di chiusura e ora la perdita anche dei ponti, del Natale e del Capodanno, alberghi, ristorazione e bar stanno vivendo situazioni drammatiche. Il settore dell’Horeca (acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café) e tutto il canale collegato, dei fornitori, chiuderà questo 2020 con una perdita di fatturato fino al 75% sul 2019.
La conferma del crollo, che in tutta Italia secondo la Fipe Confcommercio mette a rischio 60mila imprese e 300mila posti di lavoro, viene da alcuni importanti operatori dal territorio. A iniziare dal mondo degli albergatori.
«Il calo è stimabile fino all’80% per gli alberghi del lago – dice Luca Leoni, imprenditore alberghiero, assessore al Turismo a Bellagio, coordinatore del Distretto del Centrolago, che comprende Menaggio, Tremezzina, Varenna e Bellagio – Si è lavorato per meno di quattro mesi, da fine maggio ad agosto. Il Natale non è mai stato decisivo per gli alberghi lariani, non avrebbe spostato di molto la bilancia. Sentirà molto l’ultimo lockdown dell’anno il settore degli affitti turistici, quello sì».
Per quanto riguarda le previsioni, il 2021 secondo Leoni sarà ancora di assestamento per il turismo e le presenze alberghiere. «Serviranno due o tre anni per tornare al pre-pandemia. Ci accontenteremmo di un -30% l’anno prossimo. Per fortuna la voglia di muoversi dopo la pandemia tornerà. Il nostro lago per americani, inglesi continua ad essere una meta top», conclude.
La conferma del calo drammatico viene anche dal presidente degli albergatori, Roberto Cassani – «Senz’altro è credibile un 75% in meno di fatturato», dice – e dal vicepresidente Andrea Camesasca: «Il volume delle presenze sul lago è fatto da alcuni big players, alcuni dei quali hanno scelto di rimanere chiusi quest’anno», così l’anno si chiuderà con queste cifre spaventose.
I numeri non si spostano di molto se dagli alberghi si passa alla ristorazione. Dalla prossima settimana, con l’eventuale passaggio della Lombardia in area gialla, in molti proveranno a riaprire. Non si conosce però con quale risposta da parte dei clienti. Saranno aperti solo a pranzo, anche a Natale e Santo Stefano, dalle 5 alle 18, tutti i giorni, con limitazioni per i tavoli. «Le situazioni sono diverse tra i locali, ma nel mese di ottobre, ad esempio, nonostante i locali aperti, il calo del fatturato era attorno al 50% – dice Massimiliano Tansini, chef, imprenditore del settore e presidente dell’Associazione Cuochi Como – Parlare di fatturati del 2020 al 25-30% rispetto all’anno precedente credo sia realistico», conclude.
Stessa situazione pure per i bar. «Siamo in pochi anche ora a fare l’asporto – dice Giorgio Priamo titolare del bar la Nuova Vignascia – Poi con il freddo chi si vuole prendere un caffè all’aperto? Per i contributi all’Agenzia delle Entrate si doveva dimostrare un calo di fatturato del 30%, purtroppo nessuno ha avuto problemi a restare nei parametri». Ci sono gli aiuti, certo, i ristori governativi, ma secondo una stima della Cgia di Mestre, i contributi a fondo perduto concessi agli artigiani, ai piccoli commercianti, ai ristoratori e agli esercenti colpiti dal Covid hanno coperto mediamente il 25% circa delle perdite.
Il comasco Roberto Fusaro, infine, imprenditore, formatore e consulente nel settore dell’Horeca tra il Nord Italia e la Svizzera, fotografa così la situazione dei locali. «Temo che molti non riapriranno – spiega – Si tratta di un settore fatto di piccoli imprenditori spesso già alle prese con i debiti e in equilibrio precario anche nel pagare gli affitti. Persone anche senza esperienza, che ha iniziato 10, 15 anni fa senza un piano economico e finanziario. Se servivano soldi, si andavano a prendere nel cassetto del registratore di cassa, o in banca, tanto sarebbero rientrati con il lavoro. Oggi anche le banche, soprattutto quelle che non hanno rapporti stretti con il territorio, hanno stretto la cinghia sui prestiti, così per tante imprese si è arrivati alla fine».

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