Alcol e degrado, brindisi soltanto per chi si modera

Lago della bilancia
di Lorenzo Morandotti

Ogni goccia d’alcol ha un significato culturale: racconta, nel bene e nel male, la filiera che l’ha portata dal luogo di nascita alla bocca di chi “liba ne’ lieti calici”.
Se lo tenessimo più presente, eviteremmo di perdere coscienza nei fumi dell’ebbrezza: d’accordo l’effetto analgesico, le funzioni anti-inibitoria e afrodisiaca, ma alzare troppo il gomito è molesto per sé e per gli altri: dall’epatite agli incidenti stradali.
Un bel brindisi? Quando occorre, ben venga. Lo

meritano ad esempio iniziative come la fiera Agrinatura di Erba che celebra sapori a “chilometro zero”, la parata di bande lariane che si appresta a invadere pacificamente Como a suon di musica o il gemellaggio che l’11 giugno vuole riunire dopo quasi 5 secoli di rivalità Torno e Moltrasio.
Ma se pensiamo ai frantumi di bottiglia di cui pullula la chiesa di San Donnino a Como, il fiasco sul fronte della sicurezza fa venire in mente altri fiaschi, quelli di alcol scadente delle «ombrose osterie» di cui parla nel suo poema “Il Giorno” l’abate di Bosisio Giuseppe Parini. Certo, da parte sua questo maestro di moralità – prediletto di recente dallo scrittore Aurelio Picca sul “Corriere della Sera” – stappa bottiglie di Bordeaux, Chianti e Tokay per il suo celebre “Giovin signore”, prototipo dei vani gaudenti del Settecento. Ma lo fa per metterlo alla berlina. E infatti scrive anche della sfilata degli imbecilli (dalla sezione intitolata “Notte”) in cui stigmatizza i giovani rammolliti, ciascuno con la sua manìa e i suoi vizi, che offuscano con ozi noiosi il secolo dei lumi. Passati tre secoli, non è cambiato niente? Quasi: non sempre chi beve troppo e male paga.
Anzi, spesso i cocci (morali e materiali) sono un costo sociale che devono pulire gli altri.

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