Alessandro Maggiolini, vescovo e comunicatore: portò il Papa a Como

La leggenda vuole che Alessandro Maggiolini sia diventato vescovo di Como al posto del canturino Giovanni Saldarini, originariamente designato. Il primo era destinato a Torino; l’altro al Lario e alla Valtellina. All’ultimo momento, secondo la vulgata di alcuni ambienti ecclesiali, le buste con le nomine sarebbero state invertite. Sta di fatto che domenica 19 marzo 1989 il successore di Teresio Ferraroni faceva il suo ingresso in città, accompagnato da una fama importante e da una Chiesa locale combattuta fra timori e attese.

Il 113° pastore della Diocesi era percepito come un fine “intellettuale”.
Docente da un quarto di secolo all’Università Cattolica di Milano, era noto come studioso, scrittore e conferenziere.
Avrebbe saputo trovare il passo giusto per occuparsi di una comunità cristiana estesa sul territorio di tre province, destinate ben presto a diventare quattro: Como, Sondrio e, sia pure in piccola parte, Varese e Lecco?

Altri si chiedevano quanto avrebbe pesato nell’incedere del nuovo vescovo uno stile che pareva improntato più alle certezze che al dubbio: non mancava chi lo definiva vicino al movimento di Comunione e Liberazione. Pochi ne avevano in mente le fattezze fisiche, molti però ne avevano ascoltato voce e parole nella fortunata trasmissione radiofonica “Ascolta si fa sera”, in onda sulla Rai. Alessandro Maggiolini aveva saputo entrare così in molte case e guadagnarsi una consolidata fama di comunicatore. Il presule giungeva a Como all’età di 58 anni, nel pieno delle forze.
Milanese, conosceva già la terra lariana. Da seminarista vi aveva trascorso le vacanze estive ad Albese, dallo zio don Carlo. Aveva più volte fatto visita alle religiose di Ossuccio, alla parrocchia di Castiglione Intelvi e al Crocifisso, il santuario dell’Annunciata in viale Varese. A Como, poi, era legato per la tessera di giornalista professionista, ottenuta grazie alla collaborazione con lo storico quotidiano cattolico “l’Ordine” di don Peppino Brusadelli.

Quella domenica primaverile di marzo tutti attendevano un segnale che permettesse di decifrare subito la personalità del nuovo pastore. E i gesti vennero, in modo semplice e diretto. Dopo aver sostato in preghiera a Camerlata sulla tomba del primo vescovo, Felice, Maggiolini incontrò dapprima i poveri e gli ammalati alla Casa della Divina Provvidenza, il “Don Guanella”, e poi i giovani, con i quali si diresse in corteo informale fino al Duomo. Qui concluse l’omelia con una frase, che faceva piazza pulita di tante congetture: «La mia vita è per voi. Lo dico con tremore, ma la mia vita è per voi». In tutti gli anni che seguirono il presule che veniva dalla piccola Diocesi “rossa” di Carpi, in Emilia Romagna, non ha mai smesso il mestiere dell’intellettuale, non ha mai rinunciato a parlare e a far parlare di sé attraverso i mass-media. Ma, fedele alla consegna, non l’ha mai fatto a scapito della Chiesa comense.

Chi lo incontrava nel suo studio, in vescovado, s’imbatteva in un Maggiolini in maniche di camicia, con la scrivania ingombra di libri disposti in precario equilibrio su varie pile. Discorreva volentieri di tutto, anche se prediligeva la filosofia. Per lui, passare dal filosofo Jean Guitton all’attualità era un fatto assolutamente naturale. Capitava di incrociarlo magari a un convegno nazionale della stampa cattolica, pronto a svolgere una relazione ponderosa e provocatoria sul modo di fare comunicazione in Italia. «Qualcuno deve pur cominciare a dire queste cose», sbottava poi soddisfatto a microfoni spenti, accendendosi una sigaretta. Un piacere a cui dovette rinunciare soltanto quando si manifestarono i primi sintomi della grave malattia polmonare che lo avrebbe portato alla morte. L’interesse per la ribalta culturale, appagato anche da apparizioni televisive, non ha davvero distolto Maggiolini dal ruolo di vescovo di Como. All’inizio si esprimeva con una certa durezza formale nei confronti dei suoi preti, ai quali rivolgeva indicazioni pastorali che contemplavano il verbo «esigo» coniugato in prima persona. Poi la conoscenza diretta ha smussato l’imperativo, pur senza rinunce agli obiettivi fissati.

Scomodo e talvolta incurante di prestare il fianco a equivoci il suo rapporto con la politica. Nei primi anni di presenza a Como, Maggiolini spinse riservatamente l’acceleratore sulla necessità di rinnovamento della Democrazia Cristiana e degli uomini che rappresentavano il territorio lariano in Parlamento. In via Diaz, sede di quello che all’epoca era il partito di maggioranza relativa, non tutti gradirono. Appoggiò l’amico filosofo Rocco Buttiglione, segretario del Partito Popolare, nei giorni della drammatica frattura interna. Incontrò segretamente il leader della Lega, Umberto Bossi, che gli chiese udienza in vescovado a Como.

Nell’occasione si affermò il mito di una tessera ad honorem del Carroccio consegnata al presule dall’allora leader dei “lumbard”. La nomea di “vescovo leghista”, del resto, era rimasta appiccicata a Maggiolini alla vigilia della storica visita di Papa Giovanni Paolo II a Como nel maggio 1996. L’estrapolazione di alcune frasi da un’intervista al Tg1, che pareva inequivocabilmente dar ragione alle idee del “senatur”, guastò le ore che precedevano l’evento tanto atteso sul Lario. Il vescovo, profondamente amareggiato, smentì tutto.

L’incidente di percorso della vigilia non intaccò comunque le storiche giornate comasche di Giovanni Paolo II: il vero vertice dell’episcopato maggioliniano. Le immagini del pontefice benedicente e del presule sorridente, fianco a fianco sulla “papamobile” nel centro di Como, resteranno per sempre impresse negli occhi di molti.
Maggiolini non ha mai disdegnato interventi anche sulla politica nazionale, sempre circa argomenti cari alla Chiesa. L’ultima sortita, alla vigilia delle elezioni politiche 2006, esprimeva duri giudizi sulle questioni della famiglia, delle unioni omosessuali e dei Pacs (convivenze di coppia a cui la legge riconosce uno status giuridico), lasciando intendere la preferenza per lo schieramento che le escludeva: il centrodestra.

Con Maggiolini, poi, la festività del patrono Sant’Abbondio è diventata l’occasione di importanti discorsi alla città. L’omelia della messa solenne nella basilica, il pomeriggio del 31 agosto, è stata quasi sempre un momento di riflessione in chiave religiosa, ma anche etica e culturale, sui grandi temi che toccano l’uomo.

Il vescovo ha spronato le autorità a risolvere questioni aperte da tempo: la Ticosa, il nuovo ospedale. Ha stigmatizzato gli eccessi di litigiosità di amministratori pubblici e politici. Ha affermato il valore delle scuole libere e lamentato i limiti degli aiuti statali. È intervenuto più volte sul rapporto con l’Islam e sul pericolo di una “invasione” musulmana: un vero leitmotiv dei suoi ultimi anni. Maggiolini fece parte del Comitato di redazione per il nuovo Catechismo Universale della Chiesa Cattolica.

Il 21 dicembre 2003 fu costretto ad annunciare la rinunzia a un Sinodo per la Diocesi di Como. La causa, un ricovero in ospedale con relativo intervento chirurgico: «Sapete che non uso molti giri di parole – spiegò una breve nota ufficiale – Si tratta di un cancro al polmone sinistro». La malattia costringerà il vescovo a frequenti cure senza mai venir meno al suo mandato. E così è stato fino alle 22.13 di martedì 11 novembre 2008, quando Maggiolini è spirato in una camera dell’ospedale Valduce, dov’era ricoverato da oltre un mese, dopo 18 anni di servizio episcopale in Diocesi nel corso dei quali, ha visitato tutte le parrocchie, ha ordinato oltre cento preti e consacrato tre vescovi.

Era nato a Bareggio, in provincia di Milano, il 15 luglio 1931. Si era congedato da vescovo titolare, diventando emerito e lasciando il posto al successore Diego Coletti il 14 gennaio 2007. È sepolto nel Duomo di Como, accanto all’altare dell’Assunta. Nel 2009 la città gli ha dedicato i giardini di piazza Verdi, alle spalle della cattedrale e a ridosso della casa dove ha vissuto gli ultimi anni di vita.

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