Omaggio a Maria Corti, la grande scrittrice con radici intelvesi

Maria Corti

Ha trascorso tanto tempo della sua vita a Pellio, in Val d’Intelvi, nella grande casa di famiglia e ha insegnato al Liceo classico “Alessandro Volta” di Como la nota scrittrice e filologa Maria Corti. E nel capoluogo lariano, all’Università dell’Insubria, avrebbe dovuto presentare il suo ultimo libro, ma la salute non l’assistette, alla vigilia dell’evento si aggravò improvvisamente e fu costretta al ricovero in ospedale dove l’indomani morì.
Maria era nata a Milano il 7 settembre 1915 pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia nella Grande guerra. Il papà era brianzolo, la mamma intelvese: una donna bellissima, che faceva la pianista e scomparve prematuramente. Quando il tragico destino si compì, la figlia aveva appena nove anni di età. Quindi, per tutti in valle, la scrittrice fu sempre “la tusa della pora Celestina”, di cui lei mostrava con orgoglio la fotografia.
Il padre, ingegnere, si trasferì in Salento per costruire una ferrovia, si risposò e non si staccò più da Maglie, la cittadina che diede i natali ad Aldo Moro, lo statista democristiano rapito e assassinato dalle Brigate Rosse. Maria Corti fu mandata in collegio dalle suore Marcelline, a Milano. Si laureò in Linguistica e poi in Filosofia. Insegnò al Liceo classico “Volta” di Como dal 1951 al 1957, dopo averlo fatto alle medie di Chiari (Brescia) e prima di salire in cattedra allo storico Liceo Beccaria di Milano. Poi vinse il concorso per Lecce, dove si trasferì e in seguito restò sempre molto legata alla nuova terra d’adozione del genitore. Vi ambientò romanzi come “L’ora di tutti” e “Il canto delle sirene” e nella casa di Pellio fece riprodurre una parte del Mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto che risale al XII secolo. Infine, divenne docente di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, dove mantenne l’incarico fino al 1990.
Degli anni al Volta restano le lettere scritte a Benvenuto Terracini, suo maestro, linguista e critico letterario: «A Como tutto va bene, scuola e colleghi simpatici; meno simpatiche – scrisse con riferimento al pendolarismo da Milano – le levatacce alle sei e un quarto la mattina. Ma mi abituerò, credo sia questione di superare i primi dieci giorni o dodici». E ancora: «Fu un giramento di testa, pare dovuto a stanchezza (avevo vegliato la notte prima a lungo per lavorare) a farmi ruzzolare giù dalle scale del Liceo Volta». Maria Corti soggiornava a Pellio tutte le estati al “Carlasc”, la casa-castello che risaliva al 1638, dove avevano vissuto gli antenati per parte di madre e dove anche la mamma era nata. La villa ha diciotto stanze e, tutt’intorno, 5mila metri quadrati di terreno e sorge accanto alla chiesa di San Michele di Pellio Inferiore.
La Val d’Intelvi, come la Puglia, ispirò la scrittrice. Vi ambientò un episodio del “Canto delle sirene” (1989) dov’è citata anche la casa; il minuscolo paese di Erbonne le suscitò un racconto: “Erbonne: il soverchiante peso del destino”, storia di un giovane che non si rassegna a fare il pastore, come tutti gli altri, ma desidera diventare organista e riesce a esibirsi in concerto nel Duomo di Como. A Pellio, nell’estate del 2000, scrisse invece il libro “Le pietre verbali”, romanzo sul ’68, utilizzando una vecchia Olivetti lettera 32. Le pietre verbali, nell’accezione dell’autrice, erano vocaboli e imprecazioni utilizzati contro docenti e adulti da parte dei giovani per trasmettere loro il proprio distacco.
Proprio nel 1968, Maria Corti si era mescolata ai contestatori del Liceo Beccaria di Milano, annotando su un taccuino le loro espressioni gergali. Pur essendo docente lì, non aveva pregiudizi. La sua era una mentalità aperta e disponibile allo scambio di idee. Del ’68, piuttosto, lamentò che l’immaginazione fu abbandonata e prevalse la lotta politica imbevuta di violenza, una deviazione che portò poi anche al terrorismo.
All’università di Pavia chiamava i suoi allievi «figlioli» e «figliole». Lì si deve a lei il “Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei”, creato nel 1972 e che raccoglie anche carte segrete. Questo costituisce oggi la principale raccolta di testi autografi in Italia con i suoi oltre 200 fondi d’autore. Tutte le settimane è meta della visita di almeno un liceo lombardo. Maria Corti stigmatizzò spesso in dibattiti pubblici la negligenza dello Stato nel difendere i manoscritti di autori italiani. Indro Montanelli le donò i diari, l’epistolario e le lettere private scritte a sua moglie. Ma le carte saranno rese pubbliche nel 2031, trent’anni dopo la morte del grande giornalista.
La docente milanese con ascendenze comasche ha fatto parte dell’Accademia dei Lincei e della Crusca. Fu una grande studiosa di Dante Alighieri. Ha scritto saggi di letteratura, dallo Stil Novo a Giacomo Leopardi, agli autori contemporanei e di semiotica e una dozzina di romanzi. Univa infatti alla ricerca e all’insegnamento la creatività della scrittrice. «Le mie due attività, critica e narrativa – ebbe modo di dire – sono come due rette parallele. Talvolta però quelle linee s’incrociano, si sovrappongono e s’influenzano». L’esordio come narratrice avvenne con “L’ora di tutti” (1962) che racconta l’invasione turca a Otranto nel 1480; l’ultimo libro fu “Le pietre verbali” (2001). Poi però venne “I vuoti del tempo”, un libro uscito postumo, in parte realizzato da lei e curato da Francesca Caputo e Anna Longoni, che lo definirono una sorta di autobiografia attraverso ritratti di maestri e amici e con le loro lettere. A metà degli anni ’70, Maria Corti fondò insieme con altri e, tra questi, Umberto Eco, la rivista “Alfabeta”, che sviluppò il dibattito sui rapporti tra letteratura e politica. Con Cesare Segre e Dante Isella creò invece la rivista “Strumenti critici”. Scrisse per “Repubblica” e per “Millelibri”, mensile per il quale curava la rubrica “L’Osservatorio di Maria Corti”. Un’altra rivista ancora, “Autografo”, da lei voluta e diretta in ambito universitario a Pavia per diciotto anni, le rese omaggio con un numero speciale a un anno dalla morte.
Gli studi, l’insegnamento e la scrittura non la distoglievano dalla sua passione per i viaggi: America, Russia, i Paesi dell’Est ancora sotto i regimi del socialismo reale, Svizzera, Danimarca, furono tra le sue mete. E insegnò anche a Boston, nel Massachusetts. Era amica di Eugenio Montale. Il poeta, Premio Nobel per la Letteratura, in una lettera del giugno 1965 le scrisse: «Mi è stato caro il tuo ricordo così come mi è cara la tua amicizia». Nel 1989 Maria Corti ottenne il Premio Flaiano. Nel ’99 il Premio Campiello alla carriera. Ricevette anche l’Ambrogino d’oro, massima onorificenza del Comune di Milano. Non si sposò mai. Suo compagno, per anni, fu Cesare Segre, a sua volta filologo, critico letterario e docente universitario.
In tarda età, nel novembre del 2000, subì un doloroso raggiro ad opera di una giovane donna che la convinse a prelevare 30 milioni di vecchie lire dai suoi conti correnti e al posto del denaro si ritrovò poi con due buste di carta straccia.
Il suo rapporto con Como fu di attenzione, ma anche disincantato. In città aveva partecipato volentieri alla rassegna dei “Venerdì letterari”. Del capoluogo disse però schiettamente in un’intervista: «Noi intellettuali non crediamo in Como città di cultura. I comaschi lo devono sapere, in modo che sia uno stimolo per fare meglio».
Il 21 febbraio 2002 Maria Corti avrebbe dovuto presentare il suo ultimo romanzo, “Le pietre verbali”, nell’aula magna dell’Università dell’Insubria, in via Valleggio a Como. All’ultimo momento l’incontro fu però rinviato a causa delle condizioni della scrittrice, affetta da una brutta influenza. Alla governante filippina, lei disse consapevole: «È finito l’incantesimo, andiamo in ospedale». Fu ricoverata al San Paolo di Milano.
Il giorno dopo, venerdì pomeriggio, il preside della facoltà di Scienze Aldo Gamba la sentì al telefono. Avevano fissato una nuova data per metà marzo, quando l’aula magna comasca sarebbe stata trasformata in una sala per assemblee, come avveniva nel ’68. Maria Corti, però, spirò nella notte nel suo letto d’ospedale a causa di una crisi respiratoria. Il funerale fu celebrato a Pavia, nel cortile Alessandro Volta dell’Università, dove, tra gli altri, Umberto Eco parlò di lei e del suo spirito da «ragazzina» e poi nella chiesetta di San Michele il 25 febbraio, un lunedì. Per sua espressa volontà riposa nella cappella di famiglia del cimitero di Pellio. Sulla sua tomba la pietra reca l’iscrizione latina, tratta dal Libro dell’Ecclesiastico, “In linguam enim sapientia dignoscitur” (la lingua è quella che fa conoscere la sapienza). L’illustre scomparsa era stata a Pellio in occasione del Natale precedente. Nello stesso mese di dicembre aveva anche partecipato in piazza Duomo a Como, al Broletto, all’inaugurazione della personale di Francesco Somaini, dov’erano esposte sculture ispirate al suo “Catasto magico”, libro sulle leggende scaturite dall’Etna. Di quelle opere aveva scritto un commento sullo stesso catalogo della mostra.
Maria Corti fu ricordata nell’aula magna dell’Insubria con un convegno a lei dedicato a un anno della morte. Un altro simposio, un gemellaggio salentino-intelvese, con testimonianze e letture, si tenne invece a Pellio il 31 agosto 2003. Pavia, dal canto suo, nel centenario della nascita ospitò nell’ottobre 2015 una mostra con materiali del suo archivio e con la proiezione di un video del regista comasco Paolo Lipari.
Il Comune di Pellio le ha intitolato la biblioteca quando era ancora in vita e lei donò 13mila libri, a partire dal 1983. Contribuì poi alla consuetudine di organizzare in paese un incontro letterario con nomi di rilievo in prossimità del Ferragosto. Il suo era un modo anche per dare risonanza al piccolo centro intelvese, giacché criticava i valligiani, accusati di dedicarsi soltanto alla «filosofia dei danée» scordandosi dei grandi avi, i Maestri Comacini.
Con due amici aveva fondato l’Appacuvi, (Associazione per la protezione del patrimonio artistico della Val d’Intelvi), che promuove il recupero dei monumenti intelvesi. Il “Carlasc”, la casa avita, era stata lasciata in eredità all’Università di Pavia, affinchè ne facesse un polo culturale umanistico. Ma è stata chiusa a lungo, con il giardino abbandonato all’incuria, anche per via della battaglia legale tra la stessa Università e un privato che ne rivendicava l’eredità in base ad alcune righe scritte su un’agenda e firmate da Maria Corti. In conseguenza di ciò l’autorità giudiziaria appose i sigilli e il bene fu reso inaccessibile. Alla fine, dopo anni, fu acquistato da alcuni amici di Maria Corti per farne un centro d’eccellenza culturale.
D’estate, nel parco, Comune e associazioni organizzarono eventi e manifestazioni culturali. Poi il grande compendio divenne un centro culturale internazionale, inaugurato il 5 agosto 2017. Il poeta svizzero Fabio Pusterla, allievo e poi amico della scrittrice, è stato il principale animatore della rinascita della casa.

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