Alfonso Salardi, vero maestro prima che artista

altUn pomeriggio di sabato alla Biblioteca comunale. Una mostra di disegni di un artista comasco d’adozione, Alfonso Salardi. A cento anni dalla sua nascita, il figlio del pittore avrebbe dovuto donare alla città un’opera grafica del padre. Il condizionale testimonia la cecità e l’insensibilità del fato che ha determinato la scomparsa improvvisa e prematura del donatore poco prima di questa cerimonia. L’opera, poi, è stata comunque donata dalla nipote.
Ho ascoltato le belle parole di Alberto

Longatti che ha ricordato la personalità dell’artista e sottolineato il suo contributo all’astrattismo comasco. L’oratore ha mirabilmente ripercorso l’evoluzione artistica del Salardi, ha rievocato i grandi maestri Galli, Badiali, Rho, ne ha tratteggiato il tentativo continuo di rappresentare l’inquietudine artistica attraverso le sue opere.
Improvviso il silenzio: il tempo ha calato la sua ombra sul presente, così mi sono ritrovato nella seconda metà degli anni Cinquanta. Il salone della Biblioteca è la grande aula di disegno del liceo scientifico Paolo Giovio. L’istituto è dalle parti della chiesa di San Bartolomeo, in via Jacopo Rezia. Una facciata classicheggiante, un grande salone, la scala che porta al primo e unico piano, con una lunga balaustra sulla quale si affaccia imponente la tonaca severa del preside, don Fulvio Vittori, insensibile a ogni scusa più o meno plausibile in caso di ritardo.
L’aula di disegno si trova a piano terra in fondo a un corridoio lungo il quale si affacciano le due classi quinte dei due soli corsi. Io sono nel corso B, come tutti i miei compagni di classe provenienti da fuori Como, mentre nel corso A gli alunni sono tutti di Como città. Così si formavano allora le classi e io non mi sono mai sentito per questo discriminato…
In quegli anni Cinquanta gli studenti degli ultimi anni erano temuti e rispettati dagli alunni delle prime e delle seconde. Il corso di studi era estremamente selettivo, i professori bocciavano – e come bocciavano – Non erano infrequenti classi di quinta con studenti ben più che ventenni. I più piccoli erano costretti a subire più o meno innocue prepotenze fisiche e verbali da parte dei più grandi.
Si anticipava al liceo Giovio l’usanza all’università di “martirizzare” le matricole sottoponendole a vessazioni e prepotenze anche pesanti. Avveniva così che i poveri “primini” appesantiti da cartella, cartelletta dei disegni, righe, squadre, fossero costretti a passare attraverso le forche caudine di forzuti maturandi che li spingevano da una parte all’altra del corridoio fino ad arrivare all’aula di disegno. Qui trovavano ad accoglierli il mitico prof Alfonso Salardi.
Eccolo con quei suoi baffetti neri, lo sguardo vivo, sprizzante energia. Le sue lezioni non erano certo monotone. Seguiva i suoi studenti uno per uno. Era estremamente attento ai particolari, si era guadagnato l’affettuoso soprannome di “Spatolino”, o meglio “Spat”. Lo spatolino altro non era che una specie di righellino di legno ricoperto da una parte di carta vetrata, utilissimo, indispensabile per il prof, per affinare la punta della matita. Era maniacale in questa sua pretesa, se ti beccava senza spatolino finivi fuori dall’aula per due ore. Era attento ai particolari nel suo insegnamento, dalla scelta delle mine a quella dei fogli lisci o ruvidi. Era fanatico dello “schizzo”, “schisso” lo chiamava lui addolcendo la durezza della zeta e in una morbida esse. Lo schizzo era il suo credo, lo schizzo era per lui fondamentale prima di ogni copia dal vero.
Ricordo la sua insistenza anche con i più bravi. Tra i miei compagni mi viene in mente Ruggero, aveva una mano favolosa, un genio di precisione. I suoi schizzi erano ben più di abbozzi, erano veri e propri disegni. Ebbene, il prof Salardi non accettava che il suo alunno potesse fare tratti e righe così precisi in uno “schisso”. Si piazzava allora dietro il banco del mio compagno per controllare che non si servisse della riga… Ma era troppo irrequieto il prof, non riusciva proprio a stare fermo a guardare, lui doveva girare da un alunno all’altro. Osservava, annuiva, criticava, qualche volta interveniva direttamente sul foglio con tratti decisi. Ritornava infine dietro Ruggero che, nel frattempo, imperterrito e preciso, era andato avanti nel suo schizzo tutto di precisione, e allora si arrabbiava… Per la cronaca ricordo che Ruggero è diventato architetto…
Era un vero maestro lo Spatolino. Lui mi ha insegnato a tenere una matita in mano, mi ha invogliato e incuriosito al mondo dell’arte. Non poteva certamente fare di me un artista, ma da lui ho imparato molto, perfino a fare gli “schissi”, cosa di cui mi compiaccio e vanto. Neppure sapevo allora della sua attività artistica come pittore; per noi era solo un maestro, un maestro severo che tutti stimavamo e apprezzavamo.
Si spengono le parole di Alberto Longatti, l’aula di disegno del Giovio è tornata biblioteca, tra i presenti un volto amico, un ex compagno di classe… Inevitabile il ricordo di quegli anni lontanissimi, ma lui, il mio ex compagno, era “toccato” dalla grazia degli artisti, lui aveva dieci, ripeto dieci in disegno con lo Spatolino… Io mi era guadagnato il sei con fatica, addirittura un sette alla maturità.
Alfonso Salardi artista è per me scoperta recente, quello che ho dentro, tra i ricordi più belli, è il prof Salardi, il mitico “Spatolino”, irrequieto, estroso, alla ricerca perenne di se stesso, apprezzato e amato da tutti i suoi alunni.

Nella foto:
Un’immagine di Alfonso Salardi accanto a una sua opera astratta. Una mostra dell’artista è in corso nella Biblioteca comunale

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.