Amazzonia in fiamme, l’allarme dell’Università dell’Insubria

Amazzonia in fiamme, l’allarme dell’Università dell’Insubria

Il fenomeno della deforestazione dell’Amazzonia, purtroppo attuale
in questi giorni per il gravissimo incendio in corso, non è una
novità: da più di un trentennio è portato alla ribalta mondiale da
scienziati, organizzazioni ambientaliste e stampa. Anche gli
scienziati dell’Università dell’Insubria hanno firmato appelli
internazionali e da tempo l’argomento è inserito nei programmi dei
corsi che si occupano di ecologia, botanica ambientale e
biodiversità, in particolare in quelli di Scienze dell’ambiente e
della natura e di Scienze ambientali, con lezioni sia a Varese che a
Como. Abbiamo chiesto al docente Bruno Cerabolini del Dipartimento di
Biotecnologie e di Scienze della vita dell’ateneo insubrico di
analizzare la situazione. “La premessa doverosa è che è ancora
decisamente presto per fare un bilancio scientificamente valido di
cosa stia succedendo oggi in Brasile e negli Stati confinanti,
bilancio che potrà essere fatto solo passata l’onda emotiva che
sta coinvolgendo l’opinione pubblica mondiale e i meeting dei paesi
più industrializzati. Chiarito questo, l’erosione e la
frammentazione della foresta amazzonica portata avanti per decenni ne
ha diminuito la superficie e aumentato il perimetro, rendendola
decisamente più vulnerabile e predisposta ad attacchi massici fatti
con incendi volontari che vengono portati ai suoi margini. Già da
qualche anno la prima causa di aggressione della foresta, in
particolare quella amazzonica, è la richiesta di carne bovina e
soia, che spinge alla crescente ricerca di pascoli e terreni
coltivabili ai danni di ecosistemi naturali, soprattutto in paesi
emergenti con ancora un ricco patrimonio naturale”.

La foresta
amazzonica brucia, quali saranno le conseguenze per tutti?

“Il cosiddetto
“agro-business”, la vulnerabilità accresciuta negli anni e forse
qualche avventato messaggio politico sembrano alla base di questo
disastro di cui ancora non si conoscono le proporzioni. Si tratta
infatti di un eclatante esempio di ciò che gli ecologi chiamano
“Global Change”, ovvero la commistione micidiale e sinergica di
fenomeni legati al cambiamento di uso del suolo, o “Land Use
Change”, e al cambiamento climatico, o “Climate Change” vero e
proprio.

Procedendo con
ordine, bisogna premettere che sicuramente i vasti e devastanti
incendi della Foresta Amazzonica di questi giorni produrranno quasi
certamente una perdita di biodiversità, ovvero comporteranno
l’estinzione, almeno a livello locale, di specie animali, vegetali
e di microorganismi. La foresta amazzonica con molta probabilità
scomparirà completamente da ampi territori oggi soggetti al fuoco,
ma anche se dovesse in parte sopravvivere, sarà sotto forma di
nuclei più piccoli, isolati e alterati, decisamente più vulnerabili
se esposti ad ulteriori fattori di stress, come siccità o
innalzamento delle temperature”.

“La foresta
amazzonica – dice il docente dell’Insubria – deve essere
considerata come una enorme riserva di carbonio temporaneamente
escluso dal ciclo del carbonio stesso. Gli scienziati definiscono
queste riserva di carbonio sequestrato come “carbon stock”.
L’immediata liberazione in atmosfera, anche parziale, di un “carbon
stock” delle proporzioni della foresta amazzonica equivale a
vanificare decennali sforzi di riduzione delle emissioni portati
avanti da molti paesi attraverso lo sviluppo di fonti energetiche
rinnovabili e di tecnologie meno energivore. In definitiva è un
durissimo colpo a tutti i risultati positivi, troppo pochi a dire il
vero, ottenuti attraverso difficili ed estenuanti trattative e
mediazioni internazionali. Non solo, la distruzione della vegetazione
e degli ecosistemi forestali e la loro sostituzione con le
vegetazioni erbacee mina anche alla base la ripresa della capacità
di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera e di immagazzinare
di nuovo carbonio nelle biomasse vegetali di vaste superfici, in
pratica depotenziando notevolmente la funzione di “carbon sink”
dei territori amazzonici. Tale funzione potrebbe essere salvaguardata
solo procedendo ad una rapida riforestazione delle aree oggi percorse
dalle fiamme, ma ci vorrebbero comunque decenni per ritornare a
condizioni paragonabili a quelle pre-incendi. La produzione di
ossigeno è dunque compromessa con conseguenze per ora
inimmaginabili. Se è ancora impossibile pronosticare l’evoluzione
degli incendi che al momento colpiscono l’Amazzonia, si possono
dunque già individuare i principali fattori che agiranno a livello
planetario con inevitabili ripercussioni sul clima: consistente
aumento di gas serra in atmosfera, diminuzione della capacità di
produrre ossigeno, assorbire Co2 e sequestrare carbonio, diminuzione
della capacità di mantenere umidità atmosferica locale, alterazione
delle capacità di riflessione e assorbimento della radiazione
solare, alterazione dei regimi delle precipitazioni e dei reticoli
idrografici, perdita di biodiversità”.