Anne Zell è il nuovo pastore della Chiesa Valdese a Como

Anne Zell, pastora della Chiesa Valdese di Como

La religiosa si insedia ufficialmente domenica 25 ottobre con una cerimonia nella Chiesa Valdese di via Rusconi a Como

Una donna alla guida di una comunità religiosa cristiana. Accade a Como nella Chiesa Evangelica Valdese che ha la sua sede di culto in via Rusconi. Domenica 25 ottobre, con una cerimonia ufficiale, verrà celebrato l’insediamento della pastora Anne Zell nella comunità comasca, un ruolo che ricoprirà per sette anni.
In un’epoca di grandi aperture (hanno fatto scalpore in questi giorni le dichiarazioni di papa Francesco sulle coppie omosessuali), il sacerdozio femminile nella Chiesa cattolica ancora non viene contemplato. Nella Chiesa Valdese, invece, è una pratica consolidata da decenni. Como è sede di una Chiesa Valdese autonoma che ha una sua tradizione, e che ha il diritto di eleggere il pastore o la pastora attraverso un voto espresso da tutta la comunità. I fedeli del culto valdese a Como sono circa 150 e provengono da diverse parti del mondo. Ci sono autoctoni, famiglie di origine filippina, altre che provengono dall’America latina e da diversi Paesi africani.
Anne Zell, come è stata scelta?
«Io e il mio collega abbiamo tenuto un culto di presentazione di fronte a tutta la comunità, poi c’è stato il voto in segreto e la scelta è caduta su di me».
Il suo arrivo a Como è purtroppo coinciso con l’uccisione di don Roberto.
«Proprio la sera prima della sua morte ho partecipato al tavolo interfedi a cui c’era anche don Giusto, è stato uno shock… la cerimonia commemorativa in Duomo, insieme ai rappresentanti delle altre fedi, è stato un momento toccante e doloroso».
Il fatto che sia donna le ha creato difficoltà?
«In Italia le donne possono rivestire il ruolo di pastora da cinquant’anni, oggi siamo il 40%. Prima non era pensabile che una donna potesse essere responsabile di una famiglia o di una comunità religiosa. Poi le cose sono cambiate. Certo, a volte c’è diffidenza, qualcuno ha bisogno di conoscerti di persona prima di accettarti completamente, ma ho l’impressione che ci sia sempre più voglia di cambiamento, c’è un spirito diverso… nella mia esperienza precedente, a capo della Chiesa Valdese di Brescia, non ho mai avuto problemi nell’essere riconosciuta, né dai miei fedeli né da quelli di altre fedi. Mi è anche capitato spesso che molte donne cattoliche mi seguissero, perché avere una donna, che non è una suora, con cui confrontarsi sui temi teologici o della vita è importante. Noi non siamo costretti a vivere in uno status senza affetti. Il lato umano non è in contraddizione con quello spirituale».
Quali compiti ha il pastore?
«Predicare e annunciare il Vangelo non solo a parole. A questo proposito mi ha colpito molto l’opera di don Roberto, che ha incarnato l’annuncio evangelico nella vita vissuta, ci deve essere coerenza tra l’annuncio e la vita. La particolarità delle chiese protestanti è che l’annuncio non è compito solo del pastore ma è tutta la comunità che ha questa vocazione di annunciare il Vangelo. I pastori non sono clero, vivono una vita normale, hanno, o no, famiglia, non è previsto celibato o nubilato. Io ho una figlia che ora frequenta il primo anno di liceo a Como. Dovremo inserirci nella comunità, mi dicono che è un terreno duro ma vedo tante associazioni e reti che si danno da fare».
Quale è stata la sua formazione?
«Mi sono laureata in teologia all’Università di Heidelberg, sono stata consacrata nella chiesa evangelica nel 1993, a 31 anni, quest’anno sono 25 anni che servo in particolare la Chiesa Valdese, è stato un cammino, una crescita personale e spirituale, ma il mio essere pastora è soprattutto un aderire continuamente alla parola evangelica. Ho il mio stile nell’annunciarla, così come ognuno ha il suo modo di comunicare, di tenere vive le relazioni. Il pastore poi va nelle famiglie per quella che si definisce “cura d’anime”, per essere vicini nei momenti di passaggio della vita, come accompagnare le persone nel lutto o in altri momenti cruciali dell’esistenza».
La Chiesa Valdese in Italia ha avuto una crescita e un riconoscimento soprattutto nel campo sociale, cosa ne pensa?
«Sì, c’è ammirazione e apprezzamento, penso alle numerose contribuzioni all’8 per mille, che però non si trasformano in partecipazione attiva alla vita della chiesa. Numericamente la crescita di fedeli non c’è, ma ci sono sempre più adesioni di persone che vogliono vivere la fede in modo diverso, accade con molti fedeli provenienti dall’Africa, in particolare dal Ghana».
Il rapporto con le istituzioni?

«A Brescia ho trovato una giunta molta aperta, è utile avere le istituzioni che sostengano una politica di vivibilità, di dialogo perché ci sono tante provenienze culturali. Il tavolo interfedi è importantissimo, le istituzioni devono sostenerlo ed evitare situazioni di ghetto, di isolamento: è lì che nasce la violenza, non bisogna soffiare sul fuoco dei pregiudizi».
La chiesa cattolica sta affrontando scandali finanziari, abusi a opera di membri del clero… è una realtà che non vi tocca?
«C’è un Sinodo che raccoglie le Chiese valdesi e metodiste in Italia, prende le decisioni e traccia le linee guida. Vi sono rappresentati tutti i pastori e i portavoce della comunità che sono eletti, è un organo democratico in cui i pastori non possono essere più dei laici. Il Sinodo inoltre ha una commissione che ha il compito di esaminare tutto: i conti economici, lo scambio di e-mail, i documenti ufficiali, per poi stilare una relazione dettagliata. Le cose che non vanno vengono sempre a galla. Anche nell’8 per mille c’è la massima trasparenza che viene chiesta anche a chi usufruisce del contributo».
C’è dialogo con la Chiesa cattolica?
«Ufficialmente, come dottrina, non siamo riconosciute chiese. Se si guarda all’insegnamento dogmatico, noi siamo “comunità ecclesiali”. Non ho ancora incontrato il vescovo di Como ma ho potuto dialogare con le realtà locali e c’è un riconoscimento. Con “Como senza frontiere”, per esempio, c’è piena collaborazione. È certo però che in generale tra le due confessioni non c’è ancora piena reciprocità. Per me essere presente in Duomo per don Roberto è stato importante, anche se non posso partecipare all’eucarestia e non c’è una vera concelebrazione, nell’esprimere il dolore e la vicinanza umana siamo sullo stesso piano. Si può pregare insieme anche in una chiesa cattolica o ortodossa, l’annuncio della parola è universale».
Quali obiettivi si è data per i suoi prossimi sette anni a Como?
«C’è una cosa che mi sta a cuore ed è rispecchiare all’interno della mia chiesa l’interculturalità come buona pratica, per vivere quello che il Vangelo dice. La prima chiesa era composta da popoli di diverse provenienze, il racconto della Pentecoste ci dice che i presenti sentivano nella propria lingua, la chiesa dunque nasce interculturale; è una bella sfida, non è un cammino facile, soprattutto per la lingua… è per questo che sono corresponsabile di un Master in Teologia interculturale, un biennio di studi nella facoltà di Teologia Valdese a Roma che abbiamo istituito noi per primi, proprio per rispondere al bisogno di una formazione competente. Nel secondo biennio si studierà teologia e diaconia in una prospettiva interculturale, non solo per parlare di Dio ma per impegnarsi nella conoscenza di altre culture e altre teologie, questa sarà la base per il mio impegno anche qui Como».

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