Aram Manoukian (Confindustria), l’intervista integrale

Aram Manoukian presidente Confindustria Como

Cambiare per non essere condannati a un inesorabile declino. Il mondo dell’industria comasca sta per compiere un balzo in avanti verso uno spazio incognito e sicuramente diverso dall’attuale. Un balzo compiuto per convinzione, per scelta. E anche per necessità. Perché il futuro puoi tentare di dominarlo, di farlo girare dalla tua parte. Oppure, quando è ormai troppo tardi, finirai per subirlo.

Aram Manoukian è alla guida di Confindustria Como da pochi mesi. All’atto del suo insediamento ha indicato una direzione precisa condensandola in quattro parole chiave: visione, anima, fiducia e collaborazione. Ora inizia a tradurre quelle parole in fatti concreti. Sa di doverlo fare. Perché i tempi sono difficili.
Inutile negarlo. «C’è un problema di tenuta del tessuto industriale – dice – la crisi economica non è finita. In un mondo che continua a cambiare ci saranno ancora moltissime turbolenze. Il mare diventerà presto tempestoso».

Confindustria deve cambiare. Assieme alle imprese associate. «Avremo ancora un senso – spiega Manoukian – se sapremo convincere le aziende associate a intraprendere un percorso nuovo, con parametri precisi». Oggi sono poco meno di 900 le industrie che si appoggiano sugli uffici di via Raimondi: il 94% di esse ha meno di 100 dipendenti.
«Le piccole e medie imprese faticano, spesso arrancano. Sono costrette a giocare in difesa. Mentre dovrebbero andare in direzione opposta. Andare all’attacco», dice Manoukian. Cambiare, appunto, per non morire. Come?

«Rafforzandosi sul terreno della governance, aprendo il contesto dell’azienda, coinvolgendo le persone». Gli imprenditori che accentrano su sé stessi ogni responsabilità devono fare qualche riflessione in più. «Si parla di passaggio generazionale – dice il presidente della Lechler – io preferisco vedere come un’azienda sia capace di diffondere responsabilità».
Inutile girare intorno alle parole. Manoukian non lo fa. «La managerialità – dice – va di pari passo con la competenza. Nel contesto attuale bisogna avere chiari punti di riferimento e prospettive certe. Servono piani strategici, visione prospettica. Bisogna sapere che cosa fare».
Il primo passaggio è quindi spingere le aziende comasche a ripensare sé stesse. Mettendo da parte qualche egoismo imprenditoriale. E «collaborando». Il secondo è ripensare Confindustria. Stringendo un patto d’azione con Lecco e Sondrio in vista di una ormai più che probabile fusione.

Aram Manoukian presidente Confindustria Como



Il 15 novembre prossimo, a Lariofiere, Aram Manoukian disegnerà il percorso che dovrebbe portare alla nascita di un’unica associazione per le tre province pedemontane.
«In questa prima fase sarà una collaborazione. Non tanto per una questione di natura economica, ma per accrescere subito le conoscenze reciproche e lavorare verso obiettivi unici sui temi che riguardano appunto la responsabilità delle imprese e la loro continuità».


La dimensione territoriale comincia a farsi stretta. Como e Lecco, che pochi anni fa si erano divise scegliendo strade diverse, sono lentamente tornate sui propri passi. Anche la rinascita della Camera di Commercio unica, decisa dall’alto per decreto e per questo in qualche modo subìta da tutti gli attori in campo, ha avuto inevitabilmente il suo peso. «Qualche volta sembra di vivere in un Paese illogico in cui fare sistema è più complicato – dice ironicamente Manoukian – è la nostra forza e insieme la nostra debolezza. Ma non è questo il punto: è stato deciso di riunificare le Camere di Commercio, noi abbiamo dato il nostro contributo a una ricomposizione tra culture diverse che non era automatica. Questo processo va ora governato e daremo aiuto e supporto a chi guida l’operazione. Ciò che conta è far capire che da soli non si va da nessuna parte. Il fenomeno delle aggregazioni e delle alleanze è destinato a crescere, se vogliamo contare nella geografia economica del mondo dovremo avere obiettivi comuni».

Unità, quindi. In funzione di un progetto. Anche qui, il presidente della Lechler insiste su una sorta di ribaltamento culturale. «Unirsi – dice – è utile non per andare contro qualcuno ma per dare valore a noi stessi. Serve un cambiamento di parametro. Tutti vorremmo che il mondo fosse migliore, ma che cosa può fare ciascuno di noi? Intanto, prendersi cura del futuro insieme agli altri, organizzare una volontà comune. E in questo senso, vedo un ruolo per una Confindustria più grande».
Manoukian utilizza una metafora antica ma sempre attuale: il lievito. Materia prima che modifica nel tempo ma sempre in meglio.
«La crescita dimensionale delle imprese rimane un tema centrale – dice ancora il presidente della Lechler – ma non per forza bisogna mettersi insieme, fare acquisizioni, spazzare via i piccoli. Serve piuttosto lavorare in rete, in filiera. Abituarsi anche a uscire dalla propria zona di difesa, collaborare. Con il sostegno e l’aiuto di un’associazione, qual è la nostra, che oltre a rilasciare servizi, dev’essere soprattutto di stimolo affinché gli imprenditori si facciano le giuste domande. Insisto nel ritenere che si tratta di un processo quasi culturale, in cui Confindustria agisce da lievito per tutto il territorio».

L’esempio classico riguarda l’internazionalizzazione delle aziende. «Non significa soltanto vendita di prodotti all’estero – spiega Manoukian – ma appunto accrescere la propria cultura internazionale, assumere persone che portino valore aggiunto, far vivere l’impresa in un contesto più grande in cui ci si misura con competitori di altri Paesi. Ovvio, non obblighiamo nessuno a fare ciò che diciamo. Non siamo prescrittivi. Noi suggeriamo, E in qualche modo facciamo prevenzione. Così come accade nel settore medico-sportivo, dove ci si premura per evitare malattie o situazioni di disagio, allo stesso modo nel mondo delle imprese bisognerebbe impegnarsi e lavorare in anticipo su temi chiave che altrimenti rischiano di travolgere i meno accorti».

L’ultima riflessione è attorno a una «inquietudine» che Manoukian dice di avvertire sempre più spesso. «Mi angoscia vedere il fiato corto di molti colleghi di fronte alla burocrazia o alla fiscalità. Mi dà angoscia perché io non lo avverto. Lavorare in Italia ha fattori positivi e negativi, ma credo che una madre di famiglia metta a tavola quello che ha nel frigo, e se ha poco riesce sempre a inventarsi qualcosa. Un imprenditore è abile se è capace di far fruttare anche le risorse scarse, se ha capacità di organizzare la sua impresa. Se sa che fare per dare valore aggiunto alla sua azienda. Avere tutto a disposizione sarebbe meglio, ma non sempre è così. Io, ad esempio, mi sono salvato lavorando sulla conoscenza delle persone».

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