Archeologia, si lavora a una grande mostra per il 2022

scavo in via Sant'Abbondio a Como dove è stata rinvenuta tomba. Indaga la Soprintendenza

In questi ultimi anni è stata molto intensa nel Comasco l’attività della Soprintendenza archeologica che ha messo in luce numerosi siti, dall’alto lago, alla città ed alla zona pianeggiante meridionale. La funzionaria archeologa di zona, Barbara Grassi, è stata particolarmente fortunata nei suoi interventi ed ha collezionato una serie di “successi” che gettano nuova luce sul nostro passato e coprono un arco di tempo ampissimo, che va dal Neolitico al Medioevo. I reperti sono notevoli per qualità ed interesse storico, uno di questi verrà pubblicato nella prossima Rivista Archeologica e renderà noto a tutti l’alto livello dell’edilizia urbana di età romana.
Purtroppo le difficoltà tecniche e di sicurezza non consentono sempre al pubblico di accedere ad uno scavo, e spesso i tempi ristretti costringono a coprire il più presto possibile i rinvenimenti, dopo la loro documentazione, per far procedere i lavori edilizi. Ma è fortemente sentita l’esigenza di mostrare ai cittadini quanto dopo centinaia di anni è stato riportato alla luce.
Nel 2022 cadono due ricorrenze significative, i 150 anni della Rivista Archeologica Comense ed i 120 anni della Società Archeologica, che da più di un secolo si dedicano alla conoscenza ed alla divulgazione del nostro ricco patrimonio: è perciò sembrato opportuno celebrare questi due “compleanni” con una mostra archeologica che presentasse la messe di dati raccolta recentemente.
Il Comune di Como ha aderito all’iniziativa e gentilmente si è impegnato a fornire la sede idonea per l’esposizione e la sua preziosa collaborazione.
In parallelo le archeologhe, della Soprintendenza Stefania Jorio (già funzionario responsabile di Como) e della Società Archeologica Comense Fulvia Butti (direttrice della RAC, la rivista della stessa Archeologica), si sono impegnate a esaminare i materiali da vecchi scavi avvenuti nella nostra città, che sono inediti o sono stati editi parzialmente, e costituiscono un patrimonio notevole di dati. È noto che la città è stata fondata in età romana e si è stratificata nel tempo, per cui ogni intervento che scende sotto il piano attuale intercetta livelli antichi: via Vittorio Emanuele, via Parini, via Adamo del Pero, via Benzi, Via Tatti, via Vitani, via Regina Teodolinda, piazza Perretta, via Zezio ed altre ancora, una serie di “punti” che hanno restituito ceramiche decorate, timbrate con il nome del vasaio, importate dall’Africa o dalla Gallia, anfore, frammenti di marmo, insomma una quantità di elementi che vanno presi in considerazione sia come singoli documenti, sia considerati in rapporto tra loro, in modo da far avanzare le nostre conoscenze su Como antica. Molto numerosi i frammenti di ceramica medievale, spesso colorata sulle tonalità del verde e del giallo e graffita; la quantità notevole ha indotto a progettare di destinare un’intera vetrina della mostra a questa categoria spesso trascurata. Gradevolissima una piastrella da stufa, decorata con una donna che accarezza un cagnolino, proveniente dagli strati medievali dello scavo dell’anfiteatro romano.
Ogni cassa è una piccola (ri)scoperta e può contenere pezzi da studiare o da riconsiderare alla luce delle conoscenze attuali. Ad esempio una piccola scoperta interessa la villa romana di via Zezio, che è stata purtroppo vergognosamente distrutta nel 1975-76; tra i polverosi sacchetti conservati per quasi mezzo secolo, è comparsa una grande quantità di tessere da mosaico di vetro: blu intenso, azzurro, celeste, indaco, azzurro-verde, verde smeraldo, verde tenue…
Una sinfonia di colori che giocavano sulle sfumature dell’acqua. Dovevano rendere splendido il portico della villa, attualmente visibile a fianco dell’asilo ed a cui è dedicato un breve filmato della serie “Pillole di archeologia” caricato nel sito della Società Archeologica Comense.
Insieme alle tessere sono state reperite delle perle sempre in vetro, azzurre, che tecnicamente sono definite Melonenperlen, poiché sono costolate come appunto dei meloni, ma va notato che erano tutte frammentate. Non si trattava perciò di vaghi da collana persi, ma, essendo frammentati e essendo insieme alle tessere da mosaico in vetro, verosimilmente erano pronti per essere nuovamente fusi.
La pratica di fondere il vetro per ottenere nuovi oggetti era comunemente in uso nel tardoantico, ad esempio le terme urbane del Valduce (scavate e valorizzate da Stefania Jorio), che alla metà del III secolo d.C. non erano più in uso, furono piano piano spogliate di tutti gli arredi di pregio (pavimenti e rivestimenti di marmo, decorazioni di bronzo, mosaici di vetro…) e fu installata una piccola fornace proprio per fondere sul posto i materiali riutilizzabili.
In via Parini, presso la torre romana, fu rinvenuto un rudimentale crogiolo costituito da un vaso in ceramica che conteneva ancora del vetro verde.
Questi piccoli tasselli, messi in relazione tra loro, ci illuminano sulla città della fine dell’impero che viveva “parassitariamente” sfruttando le ricchezze dei secoli precedenti e gli ornamenti dei lussuosi edifici dei primi secoli dell’impero.
La villa di via Zezio era dotata anche di un impianto termale, come denunciano dei frammenti di “tubuli” cioè mattoni vuoto all’interno che, incolonnati, costituivano appunto un condotto per l’aria calda.
Grazie al riesame dei materiali è emerso anche un pezzo di notevole interesse, assolutamente inedito per la nostra città, cioè un frammento di marmo decorato con un tralcio di edera: è quanto resta della maschera di un Sileno, cioè un essere mitologico dalle fattezze umane ma con orecchie e coda equina, che doveva decorare la villa, e che ci fa rimpiangere quanto è andato perso, di assoluto splendore.

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