Archivio di Stato. Patrimonio a rischio

La struttura di via Briantea – Il prezioso scrigno della cultura comasca vede assottigliarsi giorno dopo giorno i fondi necessari per la gestione
È una situazione di assoluta preoccupazione quella in cui versa l’Archivio di Stato di Como, aperto al pubblico nel lontano 1° marzo 1943. Molteplici sono le motivazioni per cui il prezioso scrigno della cultura comasca vede assottigliarsi giorno dopo giorno i fondi necessari per la gestione di un patrimonio unico e di incomparabile interesse. Come spiega, infatti, Lucia Ronchetti, direttrice della struttura di via Briantea, «continua la riduzione delle risorse dal 2000 ad oggi, in seguito al taglio dei fondi al ministero per i Beni e le Attività Culturali, per cui ne risentono tutti gli archivi, anche quelli degli enti locali».

Situazione difficile
Non c’è critica nelle parole della dirigente dell’archivio lariano, che sottolinea come il suo sfogo non sia una polemica nei confronti della Direzione Generale degli archivi, ma una semplice denuncia di una situazione grave per il patrimonio.
«La gestione della documentazione è a rischio – continua la Ronchetti – se non si fa manutenzione ai locali, non solo si mettono in pericolo i documenti, ma si viene meno anche agli adempimenti di legge».
Inoltre, altra nota dolente, «la maggior parte delle assunzioni nel nostro ministero – sottolinea la direttrice – risalgono alla fine degli anni ’70, inizio anni ’80, per cui i dipendenti sono prossimi alla pensione e con il blocco delle assunzioni si rischia di far scomparire un’intera categoria professionale. A tal fine, lo scorso 14 ottobre, è stata promossa dall’Associazione Nazionale Archivistica Italiana una giornata dall’eloquente titolo “? e poi non rimase nessuno. Archivi e archivisti nella crisi italiana”. Lo scopo dell’iniziativa, come quello delle parole della responsabile comasca, è stato rendere edotto il pubblico del disagio che stanno vivendo le strutture archivistiche, in quanto «se viene meno la struttura anche i diritti dei cittadini scompaiono, poiché l’archivio non è solo un istituto a carattere culturale – rimarca la Ronchetti – ma dispone di documenti ufficiali dell’amministrazione statale, quali atti di proprietà di beni immobiliari, sentenze, fogli matricolari o atti notarili».
In concreto, per mandare avanti la struttura comasca si hanno a disposizione circa 10.000 euro annui, di cui 3.500 vengono impegnati per il pagamento della Tarsu (la tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) e delle bollette dell’elettricità e del telefono.
Cifra davvero irrisoria se si pensa che nel 2000 l’archivio poteva disporre di 120 milioni delle vecchie lire. Come sopperire dunque a tali mancanze? La risposta è pressoché scontata: con la buona volontà e, quando possibile, con l’ausilio dei volontari.
Preziose storie di soldati
A tal proposito va reso noto il lavoro condotto dagli studenti del terzo anno dell’ormai soppressa facoltà di Scienze dei Beni e delle Attività Culturali dell’Università dell’Insubria, che si sono occupati dell’informatizzazione dei fogli matricolari, preziosi documenti contenti le vicende di un singolo soldato, la compagnia di appartenenza, le eventuali ferite, i riconoscimenti o le punizioni, nonché rare corrispondenze dai campi di concentramento.
Grazie ai ruoli matricolari, che contengono nominativi e data di nascita dei militari, e ai fogli, è possibile identificare persone di cui si conosce solo il cognome. Si tratta di un milione di fascicoli, di cui circa 500mila informatizzati, conservati presso l’Archivio di Stato di Como, che coprono il lungo periodo dal 1843 al 1934. Dal 1935 in poi la documentazione riguardante i militari delle province di Como, Lecco, Varese e Sondrio, è custodita all’interno della caserma De Cristoforis di Como, sede del Centro Documentale Esercito Lombardia. Decorsi settant’anni l’Archivio di Stato riceve i documenti inerenti i militari di Como e di Lecco, mentre quella dei commilitoni di Varese e Sondrio continua a giacere in caserma per la mancanza di spazi adeguati ad accoglierla.
Lo studio
Sono materiali preziosi se studiati adeguatamente. A tal proposito Lucia Ronchetti si dimostra entusiasta di una ricerca, diventata tesi di laurea presso la facoltà di Scienze dei Beni e delle Attività Culturali, della giovane studentessa Valentina Peretti. Con il titolo “Dimenticati di Stato? Gli Imi e i Fremdarbeiter comaschi attualmente sepolti in Germania, Austria, Polonia” la neolaureata è riuscita a rendere vivi documenti apparentemente sterili. Il titolo fa riferimento al lavoro di Roberto Zamboni che nel suo sito (all’indirizzo www.robertozamboni.com) ha pubblicato gli elenchi degli oltre 800mila italiani, sia militari sia civili, confinati nei campi di concentramento tedeschi, dislocati nei territori del Terzo Reich. Oltre cento i nominativi dei deportati della provincia di Como, dei quali viene riportata la posizione tombale nei cimiteri italiani di Amburgo, Francoforte sul Meno, Monaco di Baviera e Mauthausen. Grazie a questi dati anche il Comune di Como ha avviato le procedure per il rimpatrio di circa 20 caduti, così come quello di Veniano lo scorso 1° novembre, in occasione della giornata dell’Unità nazionale e delle forze armate, ha dato degna sepoltura al soldato Fiore Piatti, i cui resti sono stati rimpatriati dalla Germania, dove era stato deportato, dopo essere stato catturato per le strade di Appiano Gentile nel 1943.

Cristina Fontana

Nella foto:
Un antico documento conservato in via Briantea

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.