di Adria Bartolich
Per chi non conosca i complicato meccanismo con cui si effettuano le assunzioni nella scuola italiana, ma anche per chi lo conosce, verificare periodicamente come sia palesemente inadeguato a garantire il buon funzionamento del servizio è sempre sconcertante, nonché un incontrovertibile dato di realtà.
Un problema storico che stancamente si trascina nonostante i frequenti cambiamenti nel sistema delle abilitazioni, la legge sulla Buona Scuola con le sue assunzioni slegate dal territorio, concorsi a cattedre e abilitanti, graduatorie permanenti (alcune delle quali vuote) a cui si aggiungono i contratti sulla mobilità del personale.
Il prossimo anno scolastico, alle croniche carenze di organico concentrate nelle regioni del Nord – Lombardia, Veneto e Piemonte – per le cattedre della scuola primaria, Matematica, Inglese, Italiano e soprattutto per la copertura dei posti di sostegno (qui siamo alla desertificazione), si aggiungeranno le domande di pensionamento con la famosa quota 100 (62 anni di età con almeno 38 di contributi).
Secondo un recente computo effettuato dal “Sole 24 Ore”, tra le domande di pensione, la quota 100 e le carenze di organico accumulate (circa 22.000 cattedre scoperte quasi tutte al Nord) l’anno prossimo la scuola italiana si troverebbe con la necessità di coprire oltre 140.000 posti vacanti, cioè quanto esisteva già nel 2015, anno in cui con la Buona Scuola si varò il gigantesco piano d’assunzioni di circa 100.000 precari.
Aggiungiamo a tutto ciò l’età anagrafica media dei docenti italiani (oltre la metà degli insegnanti ha più di 50 anni) che lascia prevedere una costante fuoriuscita per i pensionamenti, e i tempi lunghissimi che hanno i concorsi per essere effettivamente operativi – tra bando e realizzazione almeno sei mesi , ai quali poi si aggiungono i ricorsi – e vediamo che, prevedibilmente, il problema non sarà affatto risolto per l’avvio del nuovo anno scolastico.
In altre parole il sistema attuale ha dato prova, nel corso degli anni , di essere inadeguato a garantire organici stabili e la copertura di tutte le cattedre necessarie.
Il governo propone la regionalizzazione del sistema scolastico. Capisco tutte le preoccupazioni del caso, da quella della messa in discussione dell’unicità del sistema al rischio della forte disparità finanziaria tra le regioni. Se la regionalizzazione è considerata un rischio troppo grande, credo però che sia arrivato il momento di fare delle proposte che puntino a trovare una soluzione alternativa, altrimenti il rischio è di perseguire la pura conservazione di un sistema inefficiente.
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