Bacco sul Lario, tra i vini resiste solo il “Domasino”

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La vocazione vitivinicola comasca del XXI secolo deve puntare alla qualità

La filiera dell’enogastronomia è certamente una delle risorse più importanti del nostro Paese. Un ruolo determinante, con la sua nobile e ricca produzione che contribuisce a incrementare i dati del nostro export, in questo settore se lo gioca sicuramente il comparto del vino.
In occasione del convegno espositivo “Viticoltura enologica”, che riunisce gli esperti del comparto domani a Padova, è stata fotografata la realtà lombarda. Una realtà che si conferma al decimo posto in Italia

con i suoi 23.100 ettari coltivati a vigna e che si traducono ogni anno in oltre 1.200.000 ettolitri di vino.
Se la provincia di Pavia rimane il fiore all’occhiello della nostra regione con le sue celebri e variegate Doc dell’Oltrepo’, e quella di Brescia si conferma regina delle bollicine con i suoi Franciacorta, certamente anche la provincia di Sondrio ha saputo ritagliarsi nel tempo un ruolo di primo piano nella produzione dei suoi preziosi Nebbioli.
Da questo strepitoso vitigno autoctono, che in Valtellina è stato battezzato Chiavennasca, si ottiene, ad esempio, lo Sforzato “Docg” (la sigla che determina le produzioni a “denominazione di origine controllata e garantita”) che oggi ha ben poco da invidiare al più blasonato Barolo piemontese o al tanto acclamato Brunello di Montalcino toscano.
Ed eccoci a Como, dove storicamente la coltivazione dell’uva da vino non ha mai riportato risultati significativi. I numeri di oggi ci vedono infatti undicesimi, al terzultimo posto in Lombardia, con 23 ettari coltivati e 700 ettolitri di vino prodotti. Peggio di noi solo le province di Varese e Monza. La produzione è in calo del 6% rispetto al 2011, mentre il calo regionale complessivo è stato del 7%.
Eppure negli ultimi anni qualcosa si è mosso, soprattutto dopo l’ottenimento del riconoscimento “IGT Terre Lariane”, avvenuto nel 2008 grazie a sette aziende, di cui due dell’Altolago di Como e le altre dell’area di Montevecchia, nel Lecchese.
Il consorzio di tutela si è fatto promotore dei lavori di identificazione del territorio, della ricerca storica relativa ai luoghi che hanno già conosciuto in passato la coltivazione della vite, degli studi dei terreni, delle uve, dei microclima, dell’aria e dell’acqua.
Di fatto, in provincia di Como esiste solo un vino con un minimo di riconoscibilità. Stiamo parlando del “Domasino”, il cui nome prende origine dal termine con cui venivano anticamente chiamati i vini provenienti dai terreni sovrastanti il comune di Domaso.
Qui le vigne terrazzate, esposte al clima temperato e ventilato della sponda occidentale del Lago di Como, producono ancora oggi uve di singolare qualità e pregio, dalle quali si ottengono vini dalle piacevoli caratteristiche di beva ed eleganza. Un piccolo produttore si sta impegnando nella salvaguardia della tradizione vitivinicola locale, coltivando sia vitigni autoctoni, come la Verdesa bianca e la Rosseia, sia internazionali quali il Merlot e il Sangiovese. Da queste uve nascono il Domasino bianco IGT Terre Lariane, che si caratterizza per la sua freschezza e per i delicati profumi floreali e il Domasino rosso IGT Terre Lariane, dal colore rubino brillante, con una piacevole fragranza di frutta rossa.
Che queste terre d’acqua dolce e queste delizie di Bacco avessero storicamente una buona nomea lo dimostra il grande Mario Soldati nel suo libro “Vino al Vino”, una autentica bibbia per tutti gli appassionati. In uno scritto che riportava un viaggio nel 1968 tra Como, Sondrio e Pavia, a proposito della produzione dell’Altolago, Soldati ebbe a scrivere testualmente: “Tra i vini di Lombardia, vorrei ancora parlare di uno: il bianco Domasino, prodotto in provincia di Como, in alto, a nord, sulle rive del lago. Vorrei ma non posso: perché è un vino che non conosco e perché non sono mai stato a Domaso: ci sono soltanto passato, un paio di volte, in auto, sotto la pioggia, senza fermarmi. Il cuore mi dice che non sarei stato tradito. Ma intanto mi piace ricordare il Domasino proprio così: il vino del desiderio, che nessun vino vero potrà mai eguagliare”.
Il celebre scrittore, regista, autore e critico d’arte, in questo volume che raccoglieva i suoi viaggi per le vigne d’Italia, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, trovò spazio anche per celebrare la produzione vinicola di un altro comune, Montevecchia, al tempo ancora in provincia di Como, i cui vini bianchi di collina furono decantati anche dal poeta Carlo Porta.
Difficile dire se nei prossimi decenni la produzione lariana potrà conquistare nuovi spazi; la bassa vocazione del territorio non permette certo grandi sogni. Ma la rinnovata coscienza della salvaguardia del suolo dedicato alla vigna sta passando anche da Como. Ricordiamo che nella vicina Valtellina un tempo erano dedicati a questa coltivazione oltre 3mila ettari di terreno e che oggi si lotta per mantenere vivi gli 800 che sono rimasti.

Maurizio Pratelli

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