Balestrieri e il Tasso “trasformato” in milanese

Villa Imbonati Cavallasca

C’è un libro schiettamente lombardo con radici comasche, frutto di un incontro irripetibile, quello tra un poema, la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, e uno scrittore milanese, Domenico Balestrieri, modello per tutte le successive generazioni di letterati lombardi, da Parini a Porta, fino ad Alessandro Manzoni. Balestrieri si cimentò per 15 anni con la sua traduzione in milanese del poema tassiano nell’ambito dell’Accademia dei Trasformati, per concluderla nel 1758 e pubblicarla nel 1772. Tra i luoghi di questo cimento anche la villa di Ignazio Caimi a Turate.
Ora questo «travestimento» che, invariata la trama, traspone la poesia epica entro un registro comico e realistico, torna in libreria grazie a Guanda e alla Fondazione Bembo. Viene così proposta, per la prima volta, l’edizione critica di questo «travestimento», corredato di una traduzione italiana a piè di pagina.
«Sto loeugh l’è Cavallasca arent dò mia / Al pajes di scigoll, idest a Comm: / L’è on loeugh de gran bon gust, de gran legria, / L’è degn d’ess vist da ogni galantomm». Nell’epoca del “Giovin Signore” immortalato dai versi del “moralista lombardo” per eccellenza, il Parini, ai poeti era ancora garantito un mecenate, a cui dedicare versi encomiastici in cambio di vitto, alloggio e onori.
Fu il caso anche del milanese Domenico Balestrieri (1714-1780), con le sestine «in lod de Cavallasca» («Questo luogo è Cavallasca, a due miglia dal paese delle cipolle, cioè da Como. È un luogo di grande buon gusto e di grande allegria, degno di essere visitato da ogni galantuomo») per il nobile Giuseppe Maria Imbonati, sestine offerte all’“Accademia dei Trasformati”. Il testo oggi si legge nelle Rime milanesi per l’Accademia dei Trasformati di Domenico Balestrieri, pure edito da Guanda nella prestigiosa collana “Fondazione Pietro Bembo”, che fu diretta dai due tra i massimi esperti di filologia italiana il milanese Dante Isella e il ticinese Giovanni Pozzi. Fu proprio Isella, impegnato da decenni nella rivalutazione della letteratura lombarda tra Sei e Settecento, a dare incarico a Felice Milani, già direttore della biblioteca civica “Bonetta” di Pavia, di curare l’edizione integrale dei versi meneghini di Balestrieri, che nei soggiorni a Cavallasca, di fatto sede lariana dei “Trasformati”, avrà certo messo mano anche alla sua celebre versione dialettale della Gerusalemme liberata “trasformata” in un palcoscenico comico e gioioso, ridondante di trovate linguistiche che danno uno smalto del tutto originale al testo di Tasso.
Anche Villa Imbonati fu insomma galeotta per questo libro. La sua costruzione terminò a metà Seicento, eretta per volere del nobile comasco Carlo Antonio Imbonati, che ambiva a un prestigioso “buen retiro” di villeggiatura a due passi dalla città. La storica dimora fu animata soprattutto dal figlio, Giuseppe Maria, che l’abbellì con affreschi e dipinti e la trasformò in sede cenacoli letterari ospitando illustri personaggi della letteratura italiana. Dal poeta di Bosisio Giuseppe Parini ai fratelli Verri (uno dei quali è il presunto padre del Manzoni, che pure giovanissimo vi soggiornò) e a Cesare Beccaria.
Durante il servizio militare vi passò anche il Nobel 1934 Luigi Pirandello, amico di famiglia dei proprietari negli anni Venti.
E proprio alla villa dedicò, nella prima delle Elegie renane, i versi «Oh rosea in faccia ai primi aerei gioghi dell’Alpi / villa degli Imbonati, nido di verde pace».
Nel 1919 la villa fu venduta a Ernesto Bayet, diplomatico belga che morì nel 1935. La vedova non fu in grado di mantenere l’immobile che venne acquistato dall’ingegner Torno, industriale costruttore di strade che, venendo di rado a Cavallasca, lasciò deperire l’edificio e inselvatichire i suoi giardini. Nel dopoguerra finì in mano ai contadini, che ne fecero un deposito di granaglie. Finalmente, nel 1982, la villa divenne pubblica e sede del municipio e anche le storie narrate dai suoi affreschi furono riportate alla luce e qualche anno fa restaurate.

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