Brenna, attacca i forzisti: «Non possono imporre diktat»

consiglio comunale 1 aprile 2019 Franco Brenna

Franco Brenna è un fiume in piena. E lo dice, apertamente. «Non sono arrabbiato, sono incazzato». Quanto accaduto in aula, a Palazzo Cernezzi, mercoledì sera, proprio non gli è andato giù. E per la prima volta, forse, in tre anni, il capogruppo della lista civica di centrodestra, Insieme per Landriscina, mette da parte il bisturi – strumento che gli è congeniale, visto anche il suo mestiere di medico e dentista – per imbracciare il lanciafiamme.
Dottor Brenna, Forza Italia la accusa di aver fatto mancare il numero legale al secondo appello e di avere, di conseguenza, causato la fine anticipata del consiglio comunale di mercoledì. Come risponde?
«Dico che è vero. Sono uscito di proposito. In realtà, non mi sono reso conto che la mia assenza avrebbe causato lo scioglimento della seduta, ma non sono un calcolatore di numeri. Non faccio come altri che, prima di lasciare l’aula, suggeriscono alle minoranze di chiedere la verifica del numero legale».
Sono accuse pesanti.
«È la semplice verità. Lo chieda al capogruppo del Partito Democratico».
Perché se l’è presa tanto?
«I consiglieri di Forza Italia non possono fare quello che vogliono. Il loro comportamento è stato maleducato: nei confronti della città, della giunta e dei colleghi in aula. Se ne sono andati nel mezzo di un dibattito su una questione di grande importanza, qual è quella sugli asili nido. È stata una totale mancanza di rispetto».
Lo sa, vero, che Forza Italia sta per rientrare in giunta?
«A dire il vero non so nulla, se non quello che ho letto sui giornali. Come capogruppo, di questa soluzione non sono stato informato. Per quello che mi concerne, al momento è tutto come prima».
Possibile che il sindaco non le abbia detto nulla? È un po’ inverosimile.
«Ci siamo parlati, certo».
È cambiato qualcosa tra lei e Landriscina?
«Assolutamente no. Per il mio sindaco nutro una stima illimitata, che è figlia di un’amicizia sincera e di lunghissima data».
Diciamo che la soluzione trovata per il ritorno dei forzisti in giunta non le piace troppo.
«Spero che tutto si sistemi, ma voglio dirle una cosa».
La dica.
«Sono arrivato a 64 anni, onorevolmente portati, senza aver bisogno di chiedere niente a nessuno. Non mi piace vedere qualcuno che pensa di imporre al sindaco e alla città i suoi diktat».
Senza Forza Italia, la navigazione della maggioranza era ormai a vista. Probabilmente serve a tutti avere numeri più solidi in consiglio comunale.
«Sicuramente è così. Ma io mi sono candidato per fare politica, non per fare partitica. Volevo dare un contributo di idee alla mia città. Mi interessano i progetti e i dibattiti, mi interessano le soluzioni ai grandi e piccoli problemi di Como».
È vero che ha contestato l’ingresso in giunta di Gervasoni padre?
«Ho detto che lo trovo un gesto di non grande eleganza. Se mio figlio fosse stato in consiglio comunale, io non l’avrei fatto. O l’uno o l’altro».
Che ne pensa delle “dimissioni” forzate dell’assessore Carola Gentilini?
«Un altro gesto poco elegante».
A sentirla parlare, non è facile immaginare un centrodestra unito a Como.
«Saranno due anni complicati, comunque vedremo».
C’è qualcosa che si augura o che augura alla città?
«Mi auguro che ci sia la serenità necessaria per lavorare bene».

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