Bullismo. Emergenza numero 1 è l’omertà

altGiovani e violenze di gruppo. Chi ne è vittima entra in un tunnel che può portare al suicidio Per l’esperta lariana occorre andare alla radice del problema e inquadrarlo come fatto sociale
Non è raro aprire un giornale e leggere di bullismo: ragazzi che aggrediscono e umiliano dei compagni di classe mentre altri filmano o fotografano, pronti a diffondere il tutto sui social network. Non accade più così raramente di leggere di vittime di bullismo che si tolgono la vita, incapaci di sostenere l’umiliazione.

Saper riconoscere e intervenire in caso di bullismo sta diventando di primaria importanza, in un’era in cui la tecnologia tende a fare da cassa di risonanza per gli atti di violenza. 

«Prima di tutto è necessario capire le dinamiche che portano all’emergere di violenze identificabili come bullismo. Perché un bullo diventa tale?» si chiede Valerie Moretti, psicopedagogista, protagonista di un recente incontro pubblico sul tema ad Albese. «I motivi possono essere vari. Ma le radici stanno nei cambiamenti fisici e psicologici che un adolescente attraversa durante la pubertà». In particolare, è importante considerare l’incapacità di gestire emozioni quali la rabbia o la frustrazione o lo sviluppo non ancora avvenuto del senso morale, di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In alcuni casi l’efferatezza degli atti commessi da un bullo derivano dal non saper sviluppare il senso di empatia, la capacità di comprendere le emozioni altrui, in questo caso il dolore o l’umiliazione impartiti.
«Il bullo – o “i” bulli quando si tratta di violenza di gruppo – non esiste da solo – precisa Valerie Moretti – Il bullismo funziona secondo gli equilibri instaurati all’interno di una triade fatta di bullo vittima e pubblico».
Si legge spesso come un atto di violenza in un contesto scolastico avvenga senza che i compagni facciano nulla.
Secondo la dottoressa, infatti, il bullo trae forza dalla spettacolarizzazione del proprio atto di prepotenza, in modo da trarre fama, popolarità o rispetto dagli astanti, dai compagni di classe o dagli amici. «L’omertà che si instaura tra chi compie la violenza e chi guarda senza denunciare è forse l’elemento più pericoloso della triade. L’idea che denunciare il fatto ad un adulto di riferimento sia un dovere civico è un pensiero non ancora sviluppato, soprattutto nei ragazzi delle elementari e medie».
Il rapporto omertoso tra individuo violento e pubblico è talmente forte che non può essere scalfito nemmeno da un moto di ribellione da parte della vittima, che molto raramente reagisce o chiede aiuto. Il circolo chiuso di umiliazioni ripetute, impotenza e omertà può avere effetti devastanti sulle vittime. «Se non riconoscono i sintomi di una situazione del genere, gli effetti sui ragazzi vittime di bullismo possono essere davvero negativi – dice Valerie Moretti – Si va dalla perdita della stima in se stessi, al senso di colpa, vergogna o fallimento per non essere in grado di reagire, fino a picchi di aggressività diretti verso se stessi. Emergono casi di anoressia, bulimia, auto-mutilazione e suicidio, nei casi più estremi».
Come si agisce in situazioni così delicate? Parte della responsabilità è di educatori e genitori, che non solo devono prestare più attenzione ai sintomi di disagio ma soprattutto non devono avere un atteggiamento assolutorio nei confronti del bullo, alunno o figlio che sia.
«Le famiglie italiane sono famiglie inclusive, protettive. Giustifichiamo gran parte delle azioni dei nostri figli che oggi sono sempre più ovattati, incapaci di gestire le emozioni che sentono – spiega la dottoressa Moretti – Ho visto tantissimi atti di bullismo, quasi atti criminosi, che vengono liquidati dai genitori come una bravata da ragazzi. Occorre capire che scusare non è la soluzione».
A fatto avvenuto, secondo la dottoressa, impartire una punizione immediata e commisurata all’atto di bullismo è fondamentale per impedire che i fatti si ripetano. «Più tempo passa tra atto e punizione, più le possibilità di correzione sono inferiori».
L’arma più potente per combattere fenomeni violenti all’interno di scuole, oratori e squadre sportive è lavorare sugli spettatori degli atti di bullismo. Una volta che si elimina dalla triade la componente che giustifica e copre il bullo, egli rimane solo. «Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi che denunciare la violenza è un dovere civico. E che le azioni che compiono – o che non compiono – hanno dirette conseguenze sulla comunità in cui vivono e non solo su loro stessi».

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