Caldera, Colombo e Di Graci: i tre arbitri lariani di serie C si raccontano

Alessandro Di Graci

Centottantacinque associati; tre direttori di gara (Mattia Caldera, Andrea Colombo e Alessandro Di Graci) e un assistente in serie C (Michele Piatti). Lo stesso numero di “fischietti” in D più due guardalinee. E poi un folto numero di donne che fanno parte del gruppo.
Una attività che non si ferma nemmeno con la pandemia, malgrado i blocchi ai campionati dilettantistici.
La comunicazione, le prescrizioni sugli allenamenti – anche senza partite – non cambiano. E anzi, la vicinanza è ancora più forte per superare ogni difficoltà. È questa l’attività dell’Aia – Associazione italiana arbitri – sezione di Como – presieduta da Matteo Garganigo – l’ente che forma e mette a disposizione gli arbitri di calcio in ogni categoria, Malgrado la pandemia l’organizzazione va avanti anche sul fronte dei corsi di formazione (gli interessati possono trovare riferimenti e contatti sul sito Internet ufficiale dell’Aia cittadina stessa).
L’autorizzazione
Tre arbitri in C si diceva, che per la prima volta possono farsi intervistare. Il Corriere di Como ha infatti chiesto, e ottenuto, l’autorizzazione per poter parlare con loro. Il nulla osta è giunto, direttamente dal nuovo presidente nazionale dell’Aia, Alfredo Trentalange.
Il presidente comasco
«Per noi avere tre arbitri in C è un motivo di orgoglio. I meriti vanno a loro e al lavoro che hanno svolto quotidianamente dopo essere partiti a 15-16 anni mettendosi in gioco – sostiene Garganigo – Ma allo stesso tempo siamo felici per aver contribuito alla loro crescita; credo che lo scopo di una sezione sia quello di fare uscire la loro passione che – assieme a studio, capacità e allenamenti – li porta ad avere grandi soddisfazioni».
«Fare l’arbitro, fare rispettare i regolamenti, porta ad avere responsabilità – conclude il dirigente comasco – ed è prima di tutto una scuola di vita, qualcosa che servirà sempre, ogni giorno, al di là dello sport».

Arbitro Andrea Colombo
Andrea Colombo, classe 1990

Gli esordi
A proposito di persone che si assumo responsabilità, Mattia Caldera, classe 1992, è anche assessore ad Alzate Brianza. I suoi esordi nello sport sono stati nel ciclismo, con il Gruppo Sportivo del suo paese, anche con buoni risultati qualche successo. Poi, nel 2008 «un mio vicino di casa mi ha informato del corso arbitri a Como – spiega – L’idea mi è piaciuta e dopo le lezioni nel marzo del 2009 ho fatto il mio esordio tra i Giovanissimi». Quindi l’addio definitivo allo sport del pedale e tutta la trafila fino alla serie C, dove è al secondo anno.
Andrea Colombo, 21 anni, ha iniziato nel 2006: «Mio cugino Raffale Colombo, ora arbitro internazionale di pallanuoto, all’epoca era nell’Aia e mi ha consigliato di iscrivermi. Insieme praticavamo pallanuoto, ma come centroboa, dico la verità, faticavo a trovare posto. È stato un passaggio quasi per gioco, visto che il mio interesse prioritario era conoscere le regole del calcio. Ma fin dalla prima lezione, tenuta da Paolo Tettamanti, sono rimasto affascinato da questo mondo e quella dell’arbitraggio è diventata la passione di una vita».
Alessandro Di Graci, classe 1992, nella foto in alto, dice: «Giocavo a calcio, ma un infortunio ad un braccio mi costrinse a fermarmi. Proprio in quel periodo nel liceo che frequentavo a Olgiate Comasco vennero a parlarci dei corsi per arbitri e decisi così di partecipare; il mio esordio fu a novembre del 2007. Step by step sono arrivato in serie C, coltivando ogni giorno questa passione».

Mattia Caldera
Mattia Caldera, classe 1992

Tra i professionisti
Arbitri di serie C. Ma come vicino questa esperienza i tre direttori della sezione Aia di Como ? «È un campionato professionistico – dice Di Graci – con piazze importanti in cui ci si deve rapportare anche con maggiore attenzione mediatica. Ci si arriva, però, dopo una percorso che permette di gestire determinati contesti a situazioni».
E quando ci si trova in stadi importanti, che magari hanno ospitato i Mondiali (come Bari e Palermo, ad esempio), c’è una emozione in più? «Sarebbe disonesto dire che non si è emozionati in certi impianti – prosegue Di Graci – Ma poi resta il campo: non hai la mente per pensare a quello che c’è intorno. Contano solo il rettangolo di gioco e la partita».
«Noi passiamo dalla D. dove si può trovare qualche nobile decaduta – spiega Andrea Colombo – ma in C ci sono molte piazze toste. Ma non soltanto: per noi cambia tutto dal punto di vista arbitrale: abbiamo le bandierine elettroniche, l’utilizzo dello spray per il posizionamento delle barriere e l’auricolare, che per la nostra categoria è stato una rivoluzione. Uno strumento che ci consente di comunicare istantaneamente. Iniziamo ad assaporare il calcio che conta, pur sapendo che la strada da percorrere sempre lunga».
«Riusciamo a goderci pochi momenti, come la lettura della designazione e il sopralluogo sul campo – aggiunge Colombo – In molti impianti non mancano cimeli, anche di arbitri; è bello sapere che prima di noi ci sono stati direttori che hanno fatto la storia che sono passati di lì».
Mattia Caldera afferma: «Servono dieci anni per arrivare in C e nulla si improvvisa; c’è un percorso alle spalle che consente di approcciarsi. L’emozione? C’è ma alla fine conta il terreno di gioco. Siamo talmente concentrati sulle cose che accadono, che non realizzi tutto quello che sta intorno».
La partita
Un mestiere, quello dell’arbitro, che consente di girare moltissimo (fatto che vale anche per i più giovani, che iniziano a conoscere il loro territorio, provinciale e regionale), anche se alla fine la trasferta si limita al campo di gioco e all’albergo, in cui si studia la gara e ci si confronta con gli assistenti e con altri arbitri, quando magari più colleghi si trovano nello stesso hotel.
La preparazione della partita. Come avviene per arbitri di serie C? Aia mette a loro loro disposizione un programma, Wyscout, con le statistiche di ogni squadra e giocatore.
«La bravura di un arbitro è un mix – specificano i tre “fischietti” – Bisogna arrivare preparati, ma sapendo che troppi dati possono portare fuori dall’obiettivo. Per esempio: possiamo conoscere le rimesse laterali di un giocatore, magari le ha fatte lunghe per tutto il campionato, ma nella tua partita potrebbe effettuarle sempre corte. Quindi non dobbiamo inventarci cose, ma valutare quello che concretamente è. Sicuramente avere una piattaforma con i dati ci può aiutare per esempio nei posizionamenti sui calci da fermo, offre spunti, ma poi deve prevalere la capacità di adeguamento».

Matteo Garganigo
Matteo Garganigo, presidente Aia Como


Gli errori durante un match
Un’ultima questione, non di poco conto, sugli errori, che inevitabilmente possono capitare. Come vengono affrontati e vissuti? «Ci hanno sempre insegnato fin dal corso arbitri – risponde Colombo – che arriva in serie A chi compie meno errori. Una gara esente da sbagli è impossibile. Ma, come diciamo in gergo, si tratta di cicatrici sulle braccia che possono aiutarci a cercare di evitarne successivi».
«Lo sbaglio capita – dice Caldera – L’importante è capire la situazione e come è avvenuto. Succede anche in partita di accorgersene. ma si deve avere la capacità di chiudere la cosa immediatamente e fare il massimo nella rimanente parte del match. Fondamentale è anche la figura dell’osservatore, che ci segue in ogni uscita, ci valuta e dopo pochi giorni ci fa avere la relazione. Con la possibilità di rivedere il match in tv, alla fine ci sono una serie di elementi che alla fine ti consentono di crescere».«Anche il confronto tra di noi conta – afferma Di Graci – sia per errori, ma in generale dopo ogni partita. Parlare delle situazioni tecniche e di campo è importante. E vale con colleghi di ogni categoria, Per noi, peraltro, si tratta di un elemento che fa parte della quotidianità, anche perché le dinamiche sono le stesse a tutti i livelli. Misurarsi con gli altri può fare bene a tutti».
«Mi piace sottolineare « chiosa Garganigo – che Alessandro, Mattia e Andrea mettono da sempre la loro esperienza a disposizione dei più giovani; il loro cammino e i consigli che danno giovano a tutta la sezione di Como per crescere».
L’orgoglio
«Una cosa che ci accomuna – concludono i tre lariani – è la bella emozione quando si sente lo speaker dire «della sezione di Como». Si sente la responsabilità di fare bene per rappresentare la nostra associazione e la città stessa in tutti i campi d’Italia».

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