Campus delle Superiori al San Martino: «Scegliere prima il destino dei licei liberati»

Ex ospedale San Martino

«Prima di spostare le scuole superiori a San Martino bisognerebbe individuare in modo chiaro la destinazione degli edifici che si lasciano liberi». Gli ultimi due assessori all’Urbanistica del Comune di Como – quello in carica, Marco Butti e il suo predecessore, Lorenzo Spallino – sembrano muoversi sulla stessa linea di fronte alla proposta, lanciata qualche giorno fa dal presidente della Provincia Fiorenzo Bongiasca, di spostare il Setificio e altre scuole superiori nella grande area dell’ex ospedale psichiatrico.
Dopo il fallimento dell’ipotesi di realizzare proprio a San Martino il campus dell’Università dell’Insubria, l’idea di Bongiasca è la prima che rilancia di fatto una discussione sul destino del cosiddetto “polmone verde” della città.
Ha quindi il merito di riaprire un capitolo che molti consideravano chiuso in modo definitivo. E di “costringere” la politica del capoluogo a continuare a ragionare su uno dei suoi asset strategici.
«La proposta lanciata dal presidente dell’amministrazione provinciale – dice Marco Butti – è sicuramente interessante e degna di attenzione. Credo però che debba necessariamente passare per la valutazione dei proprietari dell’area. Auspico che siano stati interpellati. Vedo poi un secondo problema: il destino di tutti gli edifici oggi occupati dagli istituti secondari superiori».
Per l’assessore in carica anche il «nodo viabilità» andrebbe preso seriamente in considerazione. Ma i due punti più critici sono il rapporto con l’Ats Insubria (e quindi, indirettamente, con la Regione), proprietaria del comparto e la destinazione degli edifici occupati oggi dai licei. Pensiamo al Volta e al Ciceri, in città murata, o al Giovio, lungo l’asse Sud.
Che farne? «Si ripropone lo stesso problema nato attorno all’operazione che si voleva condurre alle caserme – dice Lorenzo Spallino – motivo per cui ero scettico sulla proposta. Prima di spostare devi dire che cosa vuoi fare delle sedi liberate. Sicuramente non soltanto bed & breakfast o appartamenti. C’è un’idea?».
Probabilmente non spetta al presidente della Provincia immaginare il futuro di palazzi storici come quello che ospita il liceo classico in via Cesare Cantù, ma il problema è certo prioritario.
Richiamando la sua riflessione sul possibile spostamento degli uffici statali alla De Cristoforis, Spallino ricorda come «non possa restare indifferente la circostanza dell’allontanamento di queste funzioni dal centro storico e dalle sue immediate vicinanze». Avere le scuole dentro le mura, spiega l’ex assessore, serve anche ad «assicurare al tessuto edificato della convalle una pluralità di funzioni qualificanti e una attrattività proprie di un comune capoluogo di provincia. La mixitè della città murata è anche il frutto di una politica urbanistica che dagli Anni ’70 ha privilegiato, a Como, l’impronta pubblica».
In sostanza, “svuotare” il centro storico di funzioni che lo rendono attrattivo potrebbe in futuro condurre a uno svuotamento pure dei residenti.
«Personalmente – insiste poi Marco Butti – credo che qualsiasi ipotesi di rilancio del polmone verde cittadino debba comunque essere concordata tra tutti i proprietari dell’area e allargata all’intero territorio». Discussione sì, dunque, ma ampia. Partecipata. E soprattutto organica, non incentrata cioè su un unico – pure importante – argomento.
«È utile che qualcuno ne parli – ripete l’ex assessore Spallino – ma continuo a credere che prima di ogni cosa sia essenziale capire quale possa essere l’effetto dello spostamento».
C’è poi un altro elemento, sicuramente impossibile da trascurare. Il Pgt di Como ha escluso, al San Martino, ogni possibile nuova costruzione.
«Creare un campus dell’istruzione secondaria – dice Spallino – significa avere all’interno della struttura anche gli impianti sportivi. Dove e come si vogliono realizzare?».
Insomma, le domande e le obiezioni non sono poche. Bongiasca ha avuto, come detto, il merito di riaprire una discussione. Una mossa comunque utile, anche perché in assenza di idee la Regione potrebbe decidere di dichiarare l’intervento di interesse regionale, ponendo la città di fronte a un dato di fatto.

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