Casella, romanzo tra Como e la corte di Federico II

Como, Basilica Sant'Abbondio

Il 12 febbraio, auspice il Palio del Baradello, la Biblioteca Comunale di Como ha inaugurato le tante presentazioni italiane e svizzere, vaticane e slovene, di un romanzo storico davvero notevolissimo: Certamen 1246 dello scrittore ticinese Giovanni Casella Piazza (Besa Editrice, 2019, pp. 572), frutto di oltre vent’anni di letture e ricerche di storia comasca e imperiale.
Siamo tra Como e la corte di Federico II (coronato imperatore ottocento anni fa) nel ventennio 1225-1246, dagli ultimi mesi del vescovo Guglielmo della Torre di Mendrisio al precipitare del conflitto – “certamen” appunto – fra impero e papato dopo la deposizione di Federico decisa da Innocenzo IV. Le vicende riaffiorano dalla rievocazione fattane dopo altri vent’anni (1268/69 e 1269) dal protagonista ormai anziano, un abate comasco, a un giovane studente e un notaio inviatigli dal patriarca di Aquileia, anziano anch’egli: rievocazione sofferta ma liberatrice, che conclude un “certamen” interiore descritto con la profondità e finezza di un romanzo psicologico. L’intreccio dei tre livelli temporali amministra la suspence sapiente che, come in un giallo poliziesco, accompagna il lento disvelarsi dell’evento clou del 1246 cui allude il titolo.
Solo in parte reinventata la Como del romanzo, come per la festa dei folli in S. Giacomo o la processione a Lucino, funzionali ai tormenti d’amore comaschi del giovane friulano. Per il resto è ricostruita scrupolosamente, anche con edifici oggi ridenominati: l’ospedale di S. Silvestro, fondato dal vescovo Guglielmo e passato agli antoniani di Vienne, di cui resta la chiesa sconsacrata, di S. Antonio, in via Rezzonico. Senza nome sino alla fine il teatro del romanzo, ma chiunque riconoscerà in S. Abbondio l’abbazia benedettina presso le mura: non un monastero impervio come nel Nome della rosa, al quale verrebbe spontaneo avvicinare quest’opera (e qui non c’è nemmeno un morto di cui cercare con acume intellettuale l’assassino, ma solo un protagonista con la morte nell’anima, ridestato grazie al sofferto rievocare).
Il protagonista Ariberto da Cassago s’ispira ad Ariberto da Casella, abate (1239-1269) subentrato, nello stesso anno della nuova amministrazione cittadina filoimperiale (1239-1248): a una rivisitazione romanzesca si prestava per il sensazionale rapimento da parte di sgherri guelfi anche milanesi che lo imprigionarono a Cantù chiedendone il riscatto, per pagare il quale S. Abbondio il 3 dicembre 1246 dovette svendere, come da pergamena dell’Archivio di Stato di Milano. Nel romanzo il da Cassago, figlio di un amministratore del monastero e coinvolto diciottenne alla darsena in una rissa di sangue con giovinastri guelfi (fine 1225), dall’abate precedente era stato inviato più volte presso Federico II: nel 1226 a Cremona, dove ne fu nominato valletto, nel 1231/32 a Ravenna, dove gli fu imposto per la causa imperiale di farsi monaco, e nel 1239 a Cremona per negoziare l’uscita di Como dalla Lega lombarda. Da abate, nell’estremo tentativo di salvar l’impero organizzò in S. Abbondio a inizio novembre 1246 un incontro segreto tra Federico e i principi transalpini ancora fedeli: il rapimento è riletto come sacrificio estremo del protagonista, che attirò su di sé con uno scambio d’abiti i guelfi venuti ad arrestar l’imperatore. Pur se di fantasia (ma chissà …), la visita di Federico a Como, dalla Puglia, è ben congegnata, in una lacuna del suo itinerario. Anche l’imperiale visita segreta ha un precedente in quella di Ottone III (1001) a Venezia, allora estero, decisa quando transitò per Como, e lo scambio d’abiti nell’espediente che consentì al nonno Barbarossa (1168) di lasciar l’Italia in rivolta.
Sullo sfondo il Sacro Romano Impero (regni di Germania, italico e di Arles), che l’ultimo grande imperatore sognò di modernizzare sull’esempio del materno regno di Sicilia. Il sogno aveva affascinato alla corte siciliana il giovane valletto, poi sempre più disilluso dal divario tra proclami e prassi e dalle debolezze personali di Federico nella vita privata, nella gestione del conflitto col papato e in quella familistica del potere. Certo, come costruzione politica universale l’impero era inadeguato di per sé, senza capitale, esercito e una minima burocrazia laica (che non difetta all’Unione Europea).
Sempre sullo sfondo, pur con le atrocità della lotta politica e dell’Inquisizione, un secolo non buio: fiorente la cultura laica alla corte di Sicilia e in espansione l’economia, grazie al telaio a pedale nell’artigianato, alla lettera di cambio nella finanza e alla via del Gottardo nel commercio. I mercanti, per l’abate precedente non inquadrabili nel tradizionale schema sociale tripartito (chi prega, chi combatte e chi lavora), lo erano per il protagonista, affascinato dall’economia dei talenti udita in gioventù a Ratisbona dalla predica di un francescano, ma nel quadro ordinato garantito dall’impero: non certo il liberismo sfrenato dei guelfi mercanti milanesi, teso a minare il naturale vantaggio di posizione di Como sulle vie delle Alpi centrali.
Sereno il finale, con lo sciogliersi di tutti i nodi fra riconoscimenti a sorpresa e una pacificazione generale in armonia con la filosofia di vita espressa da un’anziana donna che tanto aveva sofferto.
Livia Fasola

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