«Casinò di Campione, nessuno si dimentichi dei dipendenti»

Campione d'italia, il Casinò di Campione d'Italia

Hanno convocato anche i rappresentanti del sindacato, il Comune di Campione, socio unico del Casinò Municipale di Campione d’Italia e l’amministratore unico della società, Marco Ambrosini, per spiegare il motivo del mancato invio del piano di rientro dai debiti entro i termini (15 giorni) concessi dal Tribunale di Como. Collegati, in videoconferenza, il sindaco dell’enclave in territorio svizzero, Roberto Canesi, la vice, Gaetana “Tanina” Padula Manicone e l’assessore con delega alla casa da gioco, Paolo Bortoluzzi, accompagnati dal legale nominato dal Comune, Claudio Ghislanzoni, già vicesindaco di Erba, oltre al già citato Ambrosini. Dall’altra parte dei monitor, una nutrita schiera di sindacalisti, con Cgil, Cisl e Uil presenti sia attraverso le segreterie generali e confederali sia con i delegati della funzione pubblica.
La vicenda della crisi del Casinò di Campione coinvolge infatti soprattutto tante persone. Circa 400 dipendenti che dal luglio del 2018 (giorno della dichiarazione del fallimento del Casinò) non hanno più un posto di lavoro. Hanno stipendi arretrati da percepire e finora non sono neppure riusciti a ottenere dall’Inps il loro Tfr. Impresa ancora più in salita questa, dopo l’annullamento del fallimento nel secondo e terzo grado di giudizio.
«Abbiamo apprezzato la convocazione – spiega Vincenzo Falanga, segretario generale della Uil Funzione Pubblica del Lario – Purtroppo però non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Il Comune e Ambrosini hanno spiegato le motivazioni che hanno spinto a chiedere più tempo al Tribunale per il piano. Ci hanno sottoposto gli elementi su cui stanno lavorando. Stanno provando in ogni modo a riaprire il Casinò. Però non devono convincere il sindacato della bontà del piano, ma il Tribunale a concedere più tempo, sempre che questo oggi ci sia ancora per le persone, i dipendenti e le loro famiglie». Falanga evidenzia infatti come i 30 addetti comunali che si occupavano delle operazioni di controllo del Casinò non ci siano più. «Stiamo parlando di figure professionali che non esistono nelle altre amministrazioni o enti locali – spiega sempre Falanga – Nel caso di una nuova apertura queste persone andrebbero formate per il ruolo».
«Un conto è la teoria, la volontà di riaprire, un conto è la pratica – dice il sindacalista – Una buona parte dei lavoratori del Casinò fortunatamente è riuscita a ricollocarsi altrove, in Svizzera o in altri settori. Per tutti i dipendenti la società dovrà comunque gestire gli aspetti contrattuali e le pretese di riconoscimento anche in termini economici su retribuzioni non versate e Tfr. Come sindacato siamo disposti a fare sicuramente la nostra parte, ma questi aspetti non si possono certo sottovalutare». È vero insomma che esiste un rosso pesantissimo sulla società, che l’edificio del Casinò è chiuso da due anni e mezzo, che i tavoli e le slot machines sono stati smantellati, ma la questione del personale e del debito verso i dipendenti appare oggi tra le più complesse da affrontare.

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