Casinò, il piano di Bruschi resta segreto dopo un mese

Casinò Campione d'Italia

La relazione tecnica redatta dal commissario straordinario Maurizio Bruschi è sul tavolo del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, da più di un mese, dallo scorso 6 luglio.

Ma è anche possibile che il ministro non l’abbia ancora letta. In questi giorni, poi, i problemi del segretario della Lega sono ben altri.
La grave crisi del governo italiano rischia di peggiorare, se possibile, la questione del Casinò di Campione d’Italia.
Lo sa bene Massimo D’Amico, presidente dell’Associazione operatori economici dell’enclave. Negli ultimi anni ha partecipato a tutti i tavoli in Comune, in Regione e al Ministero sulle questioni economiche dell’enclave. Anche l’altro giorno era a Roma per cercare di venire a capo dei nodi in materia fiscale e di burocrazia che riguardano il paese.

«Credo che la relazione di Bruschi sia stata letta dai sottosegretari Candian e Molteni, ma con una simile situazione politica tutto diventa complicato».
Lei si sarà fatto però un’idea di cosa c’è scritto in quelle venti pagine di studio.
«Non penso che Bruschi abbia presentato un’ipotesi unica, ma un ventaglio, dalla difficile gestione della vecchia società a una nuova, sempre pubblica, ma con il supporto di un soggetto privato. La cosa più naturale è che il ministero incarichi proprio Bruschi di seguire anche la costituzione della società di gestione».
In questi mesi sono arrivate diverse proposte di supporto al Casinò da privati.

«Che io sappia, almeno quattro. C’è la società francese Propriétés & Co (Hpa Holding) che ha avanzato un suo businessplan molto concreto, c’è il progetto del ticinese Artisa Group, un terzo di un gruppo cinese e poi c’è l’idea affascinante del gruppo che fa capo all’imprenditore Ernesto Preatoni, sia per il gioco, sia per il rilancio artistico e culturale di Campione. Anche se non mi risulta sia stato presentato un vero e proprio businessplan in materia».

Crisi politica ed elezioni potrebbero prolungare ancora l’agonia. Il governo non è certo l’unico attore di questa vicenda, ricorsi e contro-ricorsi riguardano la società di gestione del Casinò fallito, poi ci sono il Tribunale, i curatori fallimentari, i tanti creditori, tra i quali le banche e il Comune, che è proprietario dell’immobile.
«Se partendo a settembre con l’iter della riapertura si poteva ipotizzarla nel giro di un anno, ora i tempi potrebbero raddoppiare. Si dovrà capire come fare intervenire i privati, cosa che i legali della società francese stanno studiando da tempo – dice sempre D’Amico – quindi fare un bando internazionale. L’eventuale riapertura del Casinò non significherebbe la fine dei problemi di Campione».

Ovvero?
«La struttura avrebbe un numero di dipendenti inferiore rispetto al passato – sottolinea D’Amico – Sarebbe una cattedrale nel deserto se non si interviene anche sull’economia locale per ricollocare i campionesi che lavoravano al Casinò. Ogni settimana ricevo richieste da start up insediate in Svizzera che vorrebbero trasferirsi a Campione. Si parla di attività che operano nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute. Insediarsi a Campione vuol dire essere nell’Unione Europea».
Ma le società non arriveranno mai a Campione fino a quando non verranno risolte le questione sulla “no tax area”.

«Le imprese qui devono avere la stessa tassazione della Svizzera per essere concorrenti – dice ancora D’Amico – Sono stati fatti dei passi positivi negli anni per il reddito delle persone fisiche, ma per le società nulla. Questo è un paese di un chilometro quadrato, come potrebbe fare concorrenza a tutta l’Europa? Visto che poi nella stessa Europa ci sono Paesi come Olanda, Polonia e Austria con una pressione fiscale molto bassa».
Dal 1° gennaio 2020 ci sarà anche la questione del regolamento doganale. Un’altra mazzata per le attività di Campione.
«Ho chiesto al commissario Giorgio Zanzi di trovare una soluzione nell’accordo almeno su 14 punti. Con il regolamento doganale non potremo più far portare via da Campione la spazzatura, i liquami, non potremo più avere contratti telefonici e Internet dalla Svizzera, il gasolio di riscaldamento. Pure per le targhe delle auto non si capisce che cosa succederà».

Chiedete la sospensione della direttiva doganale?
«Certo, disincentiva gli investitori. Almeno per due anni. Infine c’è la questione dell’abbattimento degli oneri sociali. Esiste una legge in materia del 1986. Dice che sugli stipendi pagati in franchi vi è un abbattimento del 50%. Ma perché solo quelli pagati in franchi? E quelle in euro? Peccato poi che l’Inps non riconosca la legge. Mi è capitato di vincere in Tribunale e in appello per conto di aziende che nel frattempo avevano già chiuso».

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