Cerro Mangiafuoco in Patagonia, la conquista di Schiera e Marazzi

Cerro Mangiafuoco

Una nuova impresa in Patagonia per l’alpinista di Anzano del Parco Luca Schiera che, con l’altro comasco Paolo Marazzi, ha raggiunto la cima, finora inviolata, di una montagna che di fatto non ha un nome e che i due hanno ribattezzato Cerro Mangiafuoco.
L’ennesimo exploit per Schiera, che nella sua carriera ha sempre prediletto nuove vie da scalare, rispetto a percorsi già noti, soprattutto in Patagonia dove le vette non hanno grandi altezze, paragonabili a quelle himalayane, ma dove le difficoltà sono decisamente elevate.
Schiera e Marazzi hanno descritto la loro impresa in Sud America dopo essere tornati alla base. Nel momento in cui salivano e scendevano, infatti, hanno preferito non sprecare preziosa energia del loro telefono satellitare.
«La montagna, secondo le nostre misure, dovrebbe essere alta poco meno di 2mila metri – hanno spiegato sul sito dei Ragni dei Lecco, la loro associazione – l’abbiamo chiamata Cerro Mangiafuoco per restare in tema con le altre vicine, la via si chiama L’appel du vide».
Non manca la descrizione della scalata verso la cima. «Nella notte il vento cala e alle 6 partiamo, la giornata si preannuncia perfetta, calda e senza vento – scrivono Luca e Paolo – In breve raggiungiamo il colle dove parte lo spigolo. Scaliamo alternati su roccia e neve e in poche ore superiamo la prima parte della via».
«La parte in mezzo, che sembrava facile, è invece delicata per la difficoltà di trovare la via fra le torri e le creste di neve. I risalti di roccia più ripidi con scarponi e zaino diventano molto impegnativi, ma raggiungiamo il muro finale nel primo pomeriggio. Ci sono due fessure larghe in cui corre acqua e una terza meno larga e in parte asciutta, partiamo in scarpette dalla cengia e con un bel runout iniziale arriviamo sotto l’ultimo tiro: alle due del pomeriggio siamo in cima».

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