“Certificato” di italiano per i medici ticinesi. È stato stabilito da una legge federale

Svizzera bandiera

Luogo di nascita: Lugano. Professione: medico. Specializzazione: Neurochirurgia all’Università di Berna. Lingue conosciute: italiano (lingua madre), francese (buono), tedesco (scolastico). Potrebbe essere l’inizio di un curriculum di un bravo medico specialista ticinese.
Peccato che scrivere di conoscere l’italiano, e di essere nato in Ticino, non sia più sufficiente per l’autorizzazione a esercitare proprio nel cantone della lingua di Dante.
Tutta colpa della legge federale sulle professioni mediche universitarie, denominata LPMed, entrata ufficialmente in vigore dal 1° gennaio dello scorso anno. Secondo la legge “la conoscenza della lingua ufficiale per il quale è richiesta all’esercizio della professione va certificata”, altrimenti niente camice bianco. Fortunatamente la regola non è retroattiva, ma il problema sta coinvolgendo diversi medici ticinesi, che hanno appena concluso la specializzazione a Basilea, Berna, Zurigo, Friburgo, Neuchâtel o Losanna, sedi delle principali facoltà di medicina svizzere. In Ticino, come è noto, solo dal 2014 è presente all’interno dell’Usi di Lugano la Facoltà di scienze biomediche. Così chi aspira a diventare medico ha da sempre dovuto guardare altrove.
I dottori non devono però affrontare alcun esame. Possono fornire un’autocertificazione, spendendo comunque tra i 50 e i 100 franchi, solo per dimostrare di conoscere la loro lingua madre. Sono esentate dal certificato solo i laureati in atenei italiani.
Il consigliere nazionale dell’Udc, Marco Chiesa, ha già presentato una mozione in Consiglio federale, la deputata democristiana Lara Filippini (come riporta il sito Ticinonews.ch) ha interrogato il Consiglio di Stato ticinese. Le risposte? Il governo del Cantone ha spiegato di non essere competente in materia, ma assicurato che al momento “non revocherà l’autorizzazione al libero esercizio a chi non avrà iscritto la lingua italiana in MedReg (il registro delle professioni mediche)”.
L’Ufficio federale della Sanità pubblica non sembra avere preso particolarmente a cuore la questione dei dottori ticinesi. Il 22 maggio scorso, il Consiglio federale ha preso posizione sull’atto presentato da Marco Chiesa e «ha ribadito – si legge su Ticinonews.ch – di valutare criticamente la citata discriminazione per le persone italofone esercitanti una professione medica in Ticino e assicurato che esaminerà diverse opzioni per risolvere il problema sollevato e garantire l’uguaglianza delle comunità linguistiche dinanzi alla legge».

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