Cultura e spettacoli

Cicerone e un tema scritto bene, ma insufficiente

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Metà anni Cinquanta. Frequento le medie a Monte Olimpino, sezione staccata della “Parini” di Como. Le grandi stufe di terracotta, i banchi a due posti con una specie di panca dove sedersi, il foro per il calamaio con l’inchiostro, un piano d’appoggio per la cartella e i libri.
Un grande cortile, quindici minuti d’intervallo, i momenti più graditi della mattinata. Anche per merito della Re, la professoressa di italiano e di latino. Lei è innamorata dell’Iliade… “Cantami, o Diva, del

Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei…”. Raccontati da lei, gli eroi di Omero conquistano la nostra fantasia, li sentiamo, li viviamo, ci impersoniamo nelle loro gesta. Ed ecco che il cortile della scuola si trasforma nel campo vicino alle mura di Troia. Io sono Ettore, Vincenzo è Aiace Telamonio, Giancarlo è Enea, figlio di Priamo, Franco l’astuto Ulisse d’Itaca. Il tempo dell’intervallo trascorre all’insegna di contese, scontri, battaglie, con la riga brandita come spada in una mano, l’altra che stringe il panino portato da casa per la merenda.
La professoressa Re, “nomen omen”, ovvero “il nome è un presagio”, testimonia la saggezza dei latini, ci conduce per mano nelle regole della grammatica e della sintassi con pazienza e “regale” severità. Un incubo i suoi compiti in classe di latino sui verbi. In piedi davanti alla cattedra, noi chini sui banchi, il pennino nuovo, la tremarella addosso. «Prendete il foglio di protocollo, piegatelo a metà, da una parte scriverete la forma verbale in italiano che io vi detterò, dall’altra parte la traduzione istantanea in latino».
Una babele da perdere la testa di congiuntivi, condizionali, infiniti, participi, imperativi, presente, futuro, passato e trapassato prossimo e remoto. Le forme più assurde e improbabili… «Se noi avessimo letto», silenzio assoluto per un minuto, giusto il tempo per scrivere la traduzione in latino. «Che tu ami», silenzio… «Avere temuto», silenzio… e via insistendo. Ripensando a quelle vere e proprie “full immersion”, come si direbbe oggi; mi è chiaro perché mi ricordo moltissimo di latino.
“Spero, promitto e iuro” lo sapete voi che reggono l’infinito futuro? Io sì, lo so, non ho il minimo dubbio in proposito. In italiano la professoressa non era certo da meno in severità e aspettative. Prendere un “sei” nei temi era un’impresa.
Un episodio si affaccia alla memoria. Un giorno, la professoressa assegna per casa un tema: “Un personaggio della storia che vorrei essere”. Non ero certo un genio in italiano, anche se sapevo a memoria tutte le regole dell’analisi logica e grammaticale. L’esame di ammissione alla media mi aveva costretto ad imparare tutto senza eccezioni. Ma la fantasia… Non ne avevo proprio!
Quel pomeriggio, panico al tavolo della cucina di casa dove tentavo di farmi venire qualche idea mentre la mamma spignattava e mi spronava a scrivere qualcosa… Mille tentativi a vuoto, poi l’idea brillante. Peppino, il mio amico Peppino, lui fa la prima liceo al classico…
“Driiiinnn” al campanello della porta accanto. “Ciao Peppino, io devo fare un tema, sono nei pasticci, domani la prof d’italiano mi fulmina se non lo consegno, mi faresti tu il tema?”. Peppino, non avevo il minimo dubbio, sorride consenziente: «Perché no? Che tema è?». «Un personaggio…», la mia pronta risposta.
Un paio d’ore più tardi sento suonare il campanello: apro, ecco Peppino con il tema svolto. Ha scelto Cicerone e non poteva che essere così, visto che oggi Peppino si gode la pensione dopo una prestigiosa carriera nello Stato come uomo di legge. Il mattino successivo consegno alla professoressa Re il tema svolto da Peppino.
Dopo pochi giorni la professoressa ci restituisce i temi corretti. Al solito, li dispone in ordine di voto, dal più basso ai più alto. «Stracotto quattro, Quattrocchi quattro, Capatosto quattro e mezzo, Brambilla dal quattro al cinque, Testadura cinque meno meno…». Io sono tranquillo, oggi un bel sette non me lo leva nessuno. Continua la professoressa nel silenzio rotto dai sospiri di sollievo degli alunni ad ogni nome…
«Senzafifa cinque meno, Romano cinque». No, non è possibile. E invece sì, il tema su Cicerone di Peppino è da cinque! Mi alzo dal banco per ritirare il foglio con il tema corretto.
La professoressa si accorge della mia delusione e: «Renzo, il “tuo” tema è scritto bene, non ci sono errori di scrittura e grammaticali, ma non sembra “farina del tuo sacco”». Aveva capito tutto! “Grazie grande prof!”, dico convinto oggi. Certamente così non ho pensato allora. Peppino mi ha poi chiesto come fosse andato il tema. «Bene, ho preso sette!», ho mentito spudoratamente. «Bravo! Se hai ancora bisogno, io ci sono!», mi ha risposto ironico, sorridendo. «Grazie, ci conto!», ho replicato sguainando la spada, anzi la riga da disegno, travestito da Ettore.

Renzo romano

10 Novembre 2013

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