Collaborazione tra Como e Bellinzona per operare pazienti oncologici fragili

Ospedale Valduce

Ospedali concentrati sull’emergenza Coronavirus, interventi chirurgici rinviati, visite ed esami ridotti: le strutture sanitarie hanno impiegato le forze per contrastare la pandemia, a discapito degli screening. «Meno cittadini sono andati a fare i controlli necessari per le diagnosi precoci – afferma Alberto Vannelli, direttore dell’Unità operativa complessa di chirurgia generale al Valduce, nella foto – così i pazienti incominciano ad arrivare alla nostra attenzione con tumori in fase avanzata».
Come ha giustamente sottolineato il professor Lorenzo Spaggiari, direttore del Programma Polmone all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo), «indossiamo la mascherina e ci laviamo meglio le mani, tutto questo ci protegge dal virus. Ma fare uno screening ci protegge dal cancro». Perché, come ricorda Massimiliano Allegri, testimonial della campagna di Fondazione Pro, «per il cancro non c’è lockdown».
L’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) stima che nei primi 5 mesi del 2020 in Italia siano stati eseguiti un milione e 400mila esami di screening in meno. L’attuale emergenza sanitaria ha avuto un impatto importante su tutti i pazienti oncologici: in Italia è del 22% in meno la percentuale dei pazienti operati rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente; dato ancora più evidente nella prima parte dell’anno con il 34% in meno di interventi chirurgici.
«Un terremoto – continua Vannelli – che ha scardinato modelli consolidati di assistenza e priorità di cura, ma anche un’occasione per ripensare all’attuale sistema sanitario. Durante la prima fase, che ha visto gli ospedali impegnati ad arginare questa emergenza sanitaria, ci siamo interrogati sul futuro dei cittadini, sui pazienti con altre patologie e su come garantire una continuità assistenziale di cure. L’aiuto è arrivato grazie a un progetto di collaborazione scientifica dell’ospedale regionale di Bellinzona e Valli, proposto dal primario di chirurgia, il dottor Davide La Regina».
Un risultato sicuramente in controtendenza se si pensa che la Federation of Italian Cooperative Oncology Groups, tempo fa, ha pubblicato i dati di uno studio secondo cui il numero delle sperimentazioni in Italia è in calo e si è ulteriormente ridotto di circa il 35%, con lo scoppio della pandemia.
«Tutti abbiamo fatto del nostro meglio per garantire l’assistenza necessaria ai malati di cancro, ma crediamo – racconta La Regina – che unire le forze sia un’opportunità irrinunciabile per sviluppare la ricerca a livello internazionale: questa pandemia troverà una sua soluzione, ma il rischio ci sarà sempre. È importante riflettere sul fatto che la sanità del futuro dovrà trovare soluzioni per una continuità di cure all’interno di ambienti ad alto rischio».
Una proficua collaborazione che ha già trovato felice esito, in particolare con i risultati di uno studio presentato a ottobre alla Società Europea di Chirurgia Oncologica (Esso).
«In questo periodo – continua Alberto Vannelli – abbiamo imparato quanto sia preziosa la terapia intensiva, e per garantire l’attività chirurgica ai pazienti oncologici fragili, abbiamo pensato a una tecnica che permettesse di operare da svegli: chirurgia mininvasiva e anestesia generale sono state oggetto di un grande dibattito tanto da spingere a centralizzare le procedure solo in alcuni ospedali per risparmiare risorse; l’anestesia generale nei pazienti fragili può richiedere un ricovero in Unità di terapia intensiva. Questo avrebbe limitato le strategie terapeutiche soprattutto per le comunità montane in cui gli spostamenti verso realtà lontane non sempre sono fattibili».
Da queste considerazioni, è derivata, spiega ancora Vannelli, «la scelta di effettuare, in pazienti selezionati, una chirurgia tradizionale abbinata ad anestesia combinata spinale e peridurale. I risultati condotti su oltre 40 pazienti con tumore del colon e del retto, ci hanno dato ragione: una tecnica fattibile, sicura, indolore e, in questi casi, l’unica opzione praticabile. In futuro riteniamo che possa entrare a far parte delle strategie di risparmio della terapia intensiva consentendo ai chirurghi di eseguire interventi chirurgici indifferibili su pazienti fragili, preservando l’eventuale trasmissione virale all’interno della sala operatoria. Abbiamo deciso di investire nonostante il momento di difficoltà in questo progetto sicuramente ambizioso, ma di grande utilità per il territorio».
Nei prossimi mesi via saranno ancora difficoltà. «Andrà limitata, il più possibile, la migrazione dei malati e andranno previste alcune attività di assistenza da remoto per ridurre gli ingressi nelle strutture sanitarie – dice Vannelli – Al centro di una città, Como, posta nel crocevia con l’Europa, siamo convinti che la libertà di circolazione delle idee costituisca un elemento importante per lo sviluppo armonioso delle relazioni: creare una rete anche con centri d’eccellenza d’oltralpe favorirà sicuramente il miglioramento della cura delle patologie oncologiche».

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