Como e Varese, lo “scandalo” dei tamponi. Il 98,86% della popolazione senza diagnosi

Analisi di laboratorio

Poco meno di un milione e mezzo di abitanti. Poco più di 6mila tamponi. In mezzo, un uragano che sta spazzando via migliaia di vite, oltre a molte certezze.
Le province di Como e di Varese, unite loro malgrado nella politica sanitaria da una riforma regionale che sta mostrando da mesi tutti i suoi limiti, sono oggi l’anello debole della catena stretta attorno al collo dei lombardi. La catena del Covid-19.
Ieri mattina, in una video-conferenza con i rappresentanti del sindacato del pubblico impiego, i vertici dell’Ats Insubria hanno dato qualche numero sui test diagnostici effettuati sul territorio di loro competenza.
Numeri, va detto subito, che lasciano senza fiato. Dall’inizio della pandemia, l’Ats ha processato in tutto 16.600 tamponi; di questi, 10.526 hanno riguardato gli ospiti e il personale delle Rsa. Alla data dello scorso 5 maggio, secondo fonti regionali, la stessa Ats Insubria aveva processato 13.388 tamponi. Ciò significa che negli ultimi 8 giorni sono stati eseguiti 3.212 test diagnostici, ovvero 401 al giorno. Con questo ritmo, per verificare il quadro epidemiologico delle due province servirebbero 3.615 giorni, vale a dire poco meno di 10 anni. Può sembrare tutto uno scherzo, ma è invece la realtà.
La sostanza delle cifre fornite dai dirigenti dell’Ats dice che, allo stato attuale, soltanto l’1,14% della popolazione residente ha avuto la possibilità di fare un accertamento diagnostico. Del restante 98,86% non si sa nulla. Come dice da settimane il consigliere regionale del Pd Angelo Orsenigo, «tra Como e Varese abbiamo avuto pochi casi di Coronavirus semplicemente perché non sono stati fatti i tamponi». Vincenzo Falanga, segretario della Uil funzione pubblica del Lario, parla senza mezzi termini di «scandalo». Mentre Matteo Mandressi, responsabile del settore Sanità e Servizi sociali della segreteria comasca della Camera del lavoro, evidenzia come da parte dell’Ats «si stia semplicemente rincorrendo una situazione e non si stia invece facendo politica sanitaria. Siamo di fronte a un goffo e maldestro tentativo di contenimento del danno. Nella riunione, a fronte delle nostre obiezioni, i dirigenti dell’Ats hanno detto che a Varese e Como l’incidenza dell’epidemia è bassa, anche per merito delle scelte compiute negli anni scorsi. Un ragionamento surreale. Nessuno di noi ha interesse a strumentalizzare, ma i pochi dati che abbiamo testimoniano una realtà di cui conosciamo poco o nulla. Ma come si fa a ritenersi soddisfatti?».
Secondo Orsenigo, le due province di Como e Varese «stanno “riaprendo” non in sicurezza, in quanto nessuno può avere con questi numeri così bassi la consapevolezza del quadro epidemiologico. Il muro di gomma innalzato dall’Ats Insubria è peraltro l’evidenza del fallimento della riforma sanitaria voluta da Roberto Maroni e dal centrodestra nel 2015. L’Ats, così com’è strutturata, non serve. Non serve ai cittadini e non serve ai sindaci perché non controlla, non agisce come dovrebbe e non aiuta nessuno. Oltre a non informare, cosa anch’essa gravissima».
In Lombardia, come hanno spiegato molti virologi, l’indagine sui positivi da Covid-19 è ancora troppo superficiale e, tendenzialmente, si concentra soprattutto sui sintomatici impedendo di andare a fondo nel tracciamento dei contatti dei contagiati. Per avere un quadro significativo della realtà, una regione con quasi 11 milioni di abitanti dovrebbe processare non meno di 60mila tamponi al giorno. In questo modo, nel giro di 6 mesi si potrebbe mappare la popolazione. Per le province di Como e di Varese, servirebbero tra i 7.500 e gli 8mila tamponi al giorno. Un numero distante come il sole dalla luna dagli attuali 400.
È davvero difficile capire perché le scelte della Lombardia siano così approssimative.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.