Como non reggerebbe un altro lockdown: probabile il collasso di molte imprese

Militari Esercito controllo

«Ho dato appuntamento ai sindaci dei capoluogo e al presidente dell’Anci Lombardia per lunedì. Con loro faremo il punto della situazione sulla base di un “pacchetto” di dati che, secondo quanto ci dicono i nostri esperti, può essere un indicatore “credibile” per capire come evolve il quadro sanitario ed epidemiologico». Il governatore della Lombardia Attilio Fontana non pronuncia mai la parola «lockdown», e nemmeno le varianti più morbide «chiusura» o «blocco parziale». Aspetta di incontrare, dopodomani, i sindaci delle città grandi e piccole per trovare una sponda e per non rimanere da solo di fronte a una decisione tanto dolorosa quanto difficile.
Ma è perfettamente consapevole della gravità della situazione. Il “pacchetto” in mano ai tecnici del comitato scientifico è a dir poco esplosivo.
Ieri pomeriggio Piemonte e Lombardia hanno superato la soglia Rt 2. Sono rispettivamente a 2,16 e 2,09. L’epidemia è quindi in «rapido peggioramento». Si va verso uno scenario di tipo 4, l’ultimo e il più grave tra quelli previsti. Lo scenario caratterizzato da una «situazione di trasmissibilità non controllata, con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo».
Como, purtroppo, non è fuori da questo quadro. Anzi, i dati di ieri dicono che la provincia lariana contribuisce in modo massiccio all’aggravamento della situazione. Il coprifuoco notturno è un pannicello caldo che è servito, sin qui, praticamente a nulla. Forse la chiusura alle 18 di bar e ristoranti, così come la serrata di palestre, piscine, cinema e teatri eviterà che molta gente si mescoli in modo promiscuo con chi non sa di aver contratto la malattia. Ma il tempo per analizzare gli effetti della misura non sembra esserci.
Il virus è uno scattista da primato, non un maratoneta. Corre veloce, come il vento. E come l’aria che si respira. Ammorbata.
Nessuno vuole dirlo, ma si va a passi svelti verso il secondo confinamento. Tutti a casa. Questa volta senza bandiere alle finestre né chitarre sui balconi. Anche perché fuori fa freddo. E non c’è niente da cantare.
Il lockdown non è quasi più uno scenario. È una certezza, come ha fatto capire ieri pomeriggio in conferenza stampa il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) Silvio Brusaferro: «Servono interventi urgenti e mirati».
Insomma: chiudere.
Così come hanno fatto la Francia e la Germania. E come farà, presto, al di là del confine di casa, la Svizzera.
Il punto è: ce la farà, Como, a reggere un altro lockdown?
Walter Pozzi è il presidente della piccola e media industria associata alla Confindustria lariana. «Chiudere tutto è uno scenario che nemmeno prendiamo in considerazione – dice – sarebbe letale. Il nostro sistema è già stato messo a dura prova in primavera, la resilienza è al minimo».
Le industrie, le manifatture, spingono per una soluzione diversa. «Nel malaugurato caso di un nuovo lockdown le regole di applicazione devono essere chiare e salvaguardare le attività produttive che rispettano i protocolli. Le aziende sono forse il posto più sicuro, al loro interno i contagi sono minimi».
Lavoro e salute, in questo strano tempo di pandemia, sono entrati di nuovo in conflitto. E ancora una volta, il problema non ha una soluzione facile.
«Ogni giorno mi arrivano richieste di aiuto da persone che non hanno più un impiego – dice il sindaco di Como, Mario Landriscina – il virus rischia di uccidere anche la speranza». Lunedì, nella riunione con il governatore e con i colleghi delle città lombarde, Landriscina proverà a fare un ragionamento. «Dovremo analizzare con molta attenzione tutti gli indicatori e capire fino a dove si potrà “contenere” la libertà di ciascuno senza che questo impedisca il lavoro. Si tratta di mettere in fila le priorità, sapendo però che il conflitto tra salute e lavoro è funzionale soltanto al disgregarsi ulteriore di una società che si è scoperta debole e vulnerabile».
Salvatore Monteduro, segretario generale della Uil e consigliere in Camera di Commercio, associa a un nuovo, possibile lockdown «ripercussioni gravi, soprattutto se la scelta di chiudere non fosse collegata a risorse a sostegno di lavoratori e imprese. Il rischio che molte imprese comasche non riaprano è reale».
La situazione, spiega Monteduro, è «peggiore rispetto a qualche mese fa perché è l’intera Europa a essersi fermata. L’export è azzerato, non c’è più il solo turismo ad annaspare. Ora anche l’industria non regge. Ci sono interi settori della manifattura vicino al collasso». La ricetta è una sola: più debito pubblico. «Altrimenti – ammonisce il sindacalista della Uil – oltre all’emergenza sanitaria e a quella economica, ci sarà presto un’emergenza sociale ingestibile. Il disagio nel Paese è reale».
Con un secondo lockdown Monteduro preconizza uno scenario tragico per Como: «Nel settore turistico molti non riapriranno, il tessile avrà difficoltà pesantissime, il commercio potrebbe collassare. Si salveranno soltanto i comparti dell’alimentare e del farmaceutico».
Già, ma l’alternativa qual è? E soprattutto, come resistere alle spinte contrapposte di catastrofisti e negazionisti?
«Ancora qualche giorno fa, alcune persone sono entrate in ospedale a Cantù con l’obiettivo di dimostrare che la criticità legata alla pandemia da Covid-19 nei pronto soccorso è un’invenzione del sistema sanitario – denuncia Vincenzo Falanga, segretario della Uil Funzione pubblica – Siamo in una pandemia senza precedenti. Non ci sono aggettivi per commentare queste pagliacciate, il Coronavirus non è uno scherzo e chi lavora in corsia è allo stremo».

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