Conca di Crezzo 25 anni dopo

altDomani l’anniversario della tragedia aerea in cui morirono 37 persone
Sono trascorsi 25 anni. Ma quella notte non è mai passata. Un quarto di secolo. Ma il ricordo della tragedia non si è mai spento. Era il 15 ottobre 1987. Gli orologi segnavano le 19.30. Un boato spaventoso. Una palla di fuoco nel cielo. Era un aereo.
Un Atr 42. Con 37 persone a bordo: tre componenti dell’equipaggio e 34 passeggeri. Il velivolo si era schiantato in località Conca di Crezzo, sul territorio di Barni.
Sono passati 25 anni. Nessuno ha più dimenticato quella notte.

Oggi, alle 11.30, sarà ancora una volta il momento del ricordo. I familiari delle vittime si daranno appuntamento al sacrario edificato proprio per ricordare quella tragedia. E le 38 vittime: alle persone a bordo dell’aereo, infatti, dev’essere aggiunto Massimo Berth, 19 anni, un carabiniere che perse la vita durante le operazioni di soccorso.
«È stato costituito un comitato per ricordare le vittime dell’aviazione civile – dice Marco Fioroni, che fa parte dell’associazione e ha progettato il sacrario di Conca di Crezzo – L’anima di questa iniziative è sempre stato Remigio Lampronti, padre di Pierluigi, il secondo pilota di quel volo. Pierluigi era il suo unico figlio, aveva 29 anni. Inizialmente – prosegue Fioroni – era stata prevista la costruzione di una piccola chiesa. Purtroppo il progetto originario di Lampronti non si è mai realizzato, per problemi di costi. Si è deciso di ripiegare su un sacrario. È un altare coperto, che ricorda il timone di un aereo».
Quella notte è ancora viva nella memoria di tutti. «Fu una vicenda traumatica – dice Fioroni – L’aereo si era schiantato in un luogo molto impervio, a precipizio su Onno. Ricordo che quella notte ognuno cercò dove poteva. Individuammo il relitto soltanto alle 4 di mattina. La casa più vicina al punto dello schianto era a 200 metri, disabitata. Un’altra a 500 metri. I residenti dicevano di aver visto una palla di fuoco».
«Io, quel 15 ottobre di 25 anni fa, ero al Sant’Anna – dice Nino Grassi, presidente del comitato che ricorda le vittime dell’Aviazione civile – Mentre tornavo a casa, a Barni, vedevo decine di ambulanze sfrecciare per strada. Ricordo un tempaccio tremendo: pioveva intensamente. Appena sono arrivato, ho saputo che poco distante da casa nostra era precipitato un aereo diretto a Colonia. Siamo usciti tutti a cercare – prosegue Grassi – ma per ore non abbiamo trovato nulla. L’aereo si era disintegrato, in una sorta di canalone. La gente era finita a pezzettini, in un luogo terribile. Ecco perché fino all’alba non abbiamo visto nulla».
Grassi ricorda anche il prezioso contributo di molti piloti italiani, che si sono stretti intorno ai familiari delle vittime.
«Vogliamo evitare che questa tragedia finisca nel dimenticatoio – sostiene Rinaldo Pozzi, comandante Alitalia e coordinatore del gruppo di piloti che hanno da sempre sostenuto il comitato – L’associazione dei piloti ha contribuito all’edificazione del sacrario. Occorre ricordare, oltre alla tragedia dell’Atr 42, anche gli altri incidenti. Dobbiamo sempre insistere sul fronte della prevenzione: la sicurezza del volo è fondamentale».
Remigio Lampronti che è morto in un incidente nella sua città, Trieste, aveva creato una fondazione, con sede a Prato, per ricordare il figlio Pierluigi. Ma nello schianto del “Città di Verona”, questo il nome dell’aereo, persero la vita anche gli altri due membri dell’equipaggio: il comandante Lamberto Lainè, 43 anni, originario di Roma e l’assistente di volo Carla Corneliani, 35 anni, di Mantova.
Oggi, al sacrario di Conca di Crezzo, ancora una volta sarà presente Francesca Lainè, figlia del comandante. Nel 1987 Francesca aveva 17 anni. Oggi è un pilota civile. È sposata e ha un figlio. Le dicono spesso che il piccolo assomiglia al nonno.
«Mio padre partiva e tornava spesso – esordisce la donna – Il giorno prima che partisse per quel volo, ci ha chiamato per salutarci. Era strano: di solito si limitava a dirci che sarebbe tornato la sera dopo. Il giorno successivo, invece, abbiamo ricevuto la visita di alcuni suoi amici. Ci hanno dato la notizia. Mia madre mi disse di tornare in camera mia, ma avevo già capito cosa fosse accaduto. Ricordo la presenza dei colleghi di mio padre. Ma la mia, la nostra vita era cambiata completamente. Abbiamo subìto una perdita che nessuno potrà mai sostituire. Certamente, il legame che ci unisce a tutte le persone coinvolte in questa tragedia è ancora molto forte, anche dopo 25 anni. L’affetto che ci unisce è molto positivo».
I ricordi volano. La voce si fa leggera.
«Mio padre era veramente simpatico – dice ancora Francesca Lainè – aveva sempre il sorriso e un carattere solare. Aveva soltanto un difetto: era laziale. E io sono romanista».

Marco Proserpio

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