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Concorsi scolastici ingestibili e poco oggettivi

di Adria Bartolich

Il Tar del Lazio, accogliendo uno dei tanti ricorsi presentati dai candidati relativo all’irregolarità delle prove, ha annullato il concorso per dirigenti scolastici  che doveva essere propedeutico all’assunzione di un numero di dirigenti tale da coprire la montagna di sedi vacanti sul territorio nazionale, circa 2.300. Contro la pronuncia del Tar ha fatto ricorso l’Associazione Nazionale Presidi (Anp) e il Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca) ha chiesto una sospensiva appellandosi  a sua volta  al Consiglio di Stato.

Niente di nuovo. Non c’è stato concorso negli ultimi quindici anni che non sia stato sommerso da ricorsi di ogni genere e poi corretto con aperture a candidati rimasti esclusi a vario titolo. Come dire, prima fai un concorso con  criteri tali  da garantire, almeno sulla carta, la qualità dell’assunto, poi apri e apri ancora fino a garantire l’assunzione di quasi tutti. Morale:  i concorsi sono diventati ormai ingestibili né garantiscono più di tanto sui criteri e i requisiti richiesti. La loro presunta oggettività, perciò, persino fatte salve le clientele e le relazioni untuose che spesso caratterizzano il rapporto tra Paese e amministrazione pubblica, è assolutamente messa in discussione dai fatti.

Non so se mai sia stato fatto un computo di quanto spenda lo Stato per fronteggiare le opposizioni che di volta in volta si costruiscono attraverso le vie legali nei confronti dei suoi provvedimenti, dal funzionamento dei tribunali agli emolumenti per i giudici,  funzionari, uffici e via discorrendo: io credo che mettendo insieme tutti i costi recupereremmo un gruzzolo consistente per un bell’aumento  salariale a tutti  i lavoratori della scuola o da investire in miglioramenti strutturali.

A fronte di questo periodico disastro  è persino paradossale leggere cose che riguardano ogni ipotesi di decentramento, flessibilità, vicinanza al territorio, fuoriuscita da sistemi barocchi, bollate come tentativo di privatizzare il sistema pubblico. La centralizzazione non è mai stata, nella storia del mondo,  il risultato di un processo democratico, bensì il contrario.  Né, se vogliamo dirci tutta la verità, può essere spacciato per il regno della democrazia e della partecipazione quello che resta degli organi collegiali dove quasi non esiste rapporto tra i delegati e gli elettori, o si può parlare di gestione collegiale dei rapporti di lavoro, sempre se si vuole parlare di quello che succede e non di ciò che ci si immagina possa accadere.

A fronte di una totale assenza di elaborazione su che cosa sia la scuola del futuro non ci si può trincerare in frasi fatte o analisi buone per gli anni ’70. Pensare alla scuola come ad un sistema statale unico è avere lo sguardo rivolto al passato. Unico è il diritto alla cultura e all’istruzione, molte sono le forme e i modi per renderlo effettivo. Tra questi il meno utile ai tempi è la scuola dei concorsi, delle graduatorie e delle circolari.

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