Confcommercio: «Chiediamo di lavorare nel rispetto delle regole»

Lockdown Como

«Viviamo una situazione di enorme disagio. Chiediamo di poter lavorare nel rispetto delle regole. E se proprio dobbiamo rimanere chiusi, ci vengano dati veri indennizzi: salute e lavoro possono convivere». Il grido d’allarme arriva da Confcommercio Como, che ieri ha chiamato a raccolta i suoi associati per un incontro dedicato alle disposizioni del Governo legate all’emergenza sanitaria, che da un anno a questa parte stanno causando seri problemi. Il disagio, messo nero su bianco, sarà formalizzato oggi alle 11, quando sarà consegnato un documento ufficiale per rappresentare le difficoltà ai principali rappresentanti delle istituzioni del territorio.
«Il nostro è stato il primo settore a mettere nero su bianco per una ripartenza in sicurezza dopo il lockdown di marzo – ha sottolineato il presidente di Confcommercio Como, Giovanni Ciceri – poi con la seconda ondata si è deciso che i responsabili della diffusione del virus erano bar e ristoranti. Ora che si parla di terza ondata vogliamo far capire che lavoro e salute possono convivere. Fateci riaprire in sicurezza con regole ferree, con sanzioni per chi trasgredisce: è il momento di salvare le attività economiche. Lo vogliamo fare con il dialogo con le istituzioni».
Roberto Cassani, presidente degli albergatori, non ha utilizzato troppi giri di parole: «Se la sono presa con la nostra categoria, che è quella tra le meno forti. Nel turismo vi sono stati fatturati calati del 100%. E non pensiamo solo agli albergatori, ma anche a tour operator, guide, aziende, a tutta la filiera. Si rischiano un altissimo numero di fallimenti, lo stato in default e disoccupazione devastante».
Parole amare sottoscritte anche da Andrea Camesasca, vicepresidente degli albergatori dell’associazione: «Per anni hanno detto che turismo e settore agroalimentare rappresentavano il futuro del Paese. Ma non è stato fatto nulla per tutelare queste categorie; anzi, c’è stato un accanimento. Si va incontro al rischio che si vada ad ingenerare la povertà, quella vera. Onestamente oggi non me la sentirei di consigliare ai ragazzi di studiare in un istituto alberghiero o di pensare a una professione nel settore turistico».
Mauro Elli, ristoratore e vice presidente Fipe ha affermato: «Non sappiamo nemmeno cosa dire ai dipendenti. I clienti sono confusi. Il nostro è un lavoro che si deve basare su certezze e programmazione. Abbiamo una passione che nessuno si può togliere, ma è difficile pensare serenamente ad un futuro».
Sulla stessa linea il sindacalista della UilTucs Biagio Carfagna: «Servono equilibrio e aiuti alle imprese e ai lavoratori. Trovo incredibile che con in cittadini in questa situazione, i politici pensino a litigare per una poltrona».
Ulteriori interventi di esponenti di altre categorie colpite, come gli ambulanti, rappresentati da Marco Benelli: «Chi opera nel settore alimentare è riuscito a lavorare, anche se in misura minore. Per tutti gli altri si parla di un calo del 90%. Spesso, nel dubbio, la gente ha evitato di andare da un paese all’altro anche quando magari la cosa era possibile. Anche noi abbiamo pagato pesantemente la mancanza di turisti e di clienti dalla Svizzera».
«I politici – ha detto ancora – al posto di battibeccare pensino a noi, ci diano certezze, anche perché siamo una barriera verso alcuni “apprendisti stregoni” che in questo momento vogliono fomentare gli animi. Se la politica tradisce la fiducia c’è il rischio serio di disordini».
Collegati in diretta, o attraverso un comunicato, anche altri commercianti hanno rappresentato le loro problematiche. Marco Cassina, di Federmoda, ha spiegato che «non si rende forse conto della situazione. Siamo rimasti chiusi tra i 100 e i 120 giorni con la gente che aveva anche paura a venire a fare acquisti. Le perdite? A chi è andata bene sono state del 40%, per gli altri si parla del 70%. E noi viviamo di questo; la politica forse non lo percepisce. Siamo per il dialogo, non si è scesi in piazza, ma è arrivato il momento di alzare la voce».
In chiusura degli interventi ha tirato le somme il direttore di Confcommercio Como, Graziano Monetti: «Siamo di fronte a una situazione drammatica. Si vive un clima post-bellico: ma se alla fine degli anni ‘40 c’erano energia e voglia di rialzare la testa. Oggi prevalgono incertezza e difficoltà. I Dpcm rendono impossibile l’attività delle imprese e la vita delle persone. È il momento in cui ognuno deve fare la sua parte e non ci appelliamo solo al Governo centrale: anche a livello locale può arrivare un aiuto, con interventi, ad esempio, sulle tasse comunali. Chiediamo, infine, una programmazione seria rispetto al piano vaccinale anti-Covid. Non alziamo i toni ma siamo, fermi, decisi e con le idee chiare».

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