Coronavirus, lo psicanalista: “Aumentano gli attacchi di panico”

In tutto 61 casi positivi

Come stanno i comaschi al tempo del coronavirus dal punto di vista dell’equilibrio mentale? «Il lavoro non è diminuito, anzi – dice lo psicoanalista comasco Roberto Pozzetti – Ho clienti anche dalla vicina Svizzera. Si registra un aumento degli attacchi di panico con l’insorgere dell’epidemia, e temo che il fenomeno si aggravi».
Pozzetti ha dedicato un libro con postfazione di Massimo Recalcati, Senza confini (Franco Angeli) proprio alle crisi di panico. «Il vero problema è attraversare queste sfide senza farsi travolgere. D’accordo, il coronavirus non è una influenza, ma nemmeno la peste di manzoniana memoria. Eppure da due settimane è l’argomento principe delle sedute. Così chi stava migliorando durante la terapia rischia di aggravarsi. E un disturbo stagionale come tosse o raffreddore viene visto come l’inizio della fine, segnale di sicuro contagio. Come dicevo i pazienti non sono diminuiti, forse perché non è come nei pronto soccorso dove si rischia di venire a contatto con potenziali infetti. Da noi il dialogo è diretto tra paziente e analista. E una volta rispettate le norme igieniche prescritte l’analisi prosegue. Lo dico perché non ho ancora avviato come ha fatto ad esempio un collega nella zona rossa del Lodigiano delle visite via web. Preferisco ancora il dialogo diretto e spero di non essere costretto a usare Skype o simili».
Viviamo una società liquida e social, dove l’individualismo regna. Il virus ci renderà ancora più soli? «Il rischio – dice Pozzetti – è diventare sempre più monadi isolate. Ora per salvare la salute dobbiamo socializzare poco. Niente strette di mano. E se si va al supermercato lo si fa per fare scorta in vista di tempi ancor più duri, come si è visto settimana scorsa. Ma già nei tempi “normali” cui speriamo di tornare presto la gente vive più sul web che nel mondo reale, avviene tra i giovani anche per le esperienze sessuali: si tende a far sesso in webcam prima che dal vivo. Siamo nella società del “paradigma immunitario” in cui l’altro rischia di essere vissuto sempre più come pericolo: prima era l’islamico o l’arabo percepiti come potenziali terroristi, ora la ricerca del capro espiatorio si aggrava, l’untore può essere ovunque e chiunque».
E come se ne esce? «Pian piano dovremo essere capaci di rovesciare la situazione, rivalutare l’incontro, rieducarci ad avere pazienza, a tollerare l’attesa, a non pretendere tutto subito. Se devi rinviare il soddisfacimento di un desiderio sei frustrato, ma è così che si cresce, l’equilibrio comporta sacrifici e come ci insegna la psicanalisi la salute mentale si coglie nella capacità di stare in un legame, sia esso lavorativo sociale o affettivo. La nostra società invece ci spinge a una dimensione “immunitaria” che va contro i legami sociali e questo è un grosso rischio»,

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