Covid: è morto Giovanni Gastel, grande fotografo legato al Lario

Giovanni Gastel Espansione Tv

Lutto nella cultura comasca. Il Covid si è portato via un altro nome illustre, il fotografo di fama internazionale Giovanni Gastel spentosi ieri pomeriggio. Era stato ricoverato in Fiera a Milano a causa dell’aggravarsi dello stato di salute dopo essere stato colpito dal Covid. Avrebbe compiuto 66 anni il 27 dicembre.
Figlio di Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, nipote diretto di Luchino Visconti, e fotografo di fama internazionale, autore di innumerevoli foto di moda e arte, Gastel aveva tenuto una mostra di grande successo al Broletto nel 2018 con una selezione dei suoi scatti più affascinanti dal titolo L’eterno istante con 38 fotografie scattate in 40 anni di professione e alcuni ritratti della serie “Angeli caduti”. Un’altra mostra di grande successo era stata l’anno seguente sempre al Broletto, voluta e supportata dalla Casa Vincenziana-Comunità Olivi. “Giovanni Gastel per il Piccolo Principe” sul disagio sociale, curata da Maria Cristina Brandini, realizzata dalla casa famiglia “Piccolo Principe” in collaborazione con il Comune di Como e accompagnata da un catalogo a colori che proponeva 28 fotografie in cui l’autore ha ritratto bambini e adolescenti della comunità del “Piccolo Principe” di Busto Arsizio.
«Il primo contatto con la bellezza – aveva detto Gastel in una intervista al “Corriere di Como” – l’ho avuto sul Lago di Como, a Villa Erba di Cernobbio, che, come scrivo nella mia autobiografia edita da Mondadori Un eterno istante, è un luogo dell’anima più che geografico. Il Lario è una fonte di costante innamoramento, è uno stagno meraviglioso in cui si specchiano architetture stupende. In questo contesto così romantico e aperto alla poesia ho incontrato tutte le cose che amo di più: armonia eleganza bellezza». Gastel vantava un’esperienza quarantennale nel mondo della moda, e aiutò il maestro Visconti ai tempi del montaggio del film Ludwig proprio a Villa Erba di Cernobbio.
«Torno sempre sul lago, ho con il Lario un legame profondissimo», aveva detto al nostro giornale. E a proposito del digitale diceva: «Io ho iniziato a vendere foto a 18 anni ed erano con l’analogico ovviamente, anzi con macchine quasi ottocentesche. A mio avviso le novità della tecnologia non sono un male, anzi. Penso che non ci sia mai stato un trionfo della fotografia pari a quello odierno, in un’epoca in cui tutti possono scattare immagini con il telefonino e condividere con il pianeta in tempo reale il proprio lavoro. L’immagine fotografica in altri termini è diventata una nuova lingua di comunicazione e ha spinto chi vuol fare della fotografia un mestiere ad essere sempre più un autore». Gastel non scattava solo foto ma raccontava con l’obiettivo. «Per me – ha detto il maestro al nostro giornale – c’è una immensa differenza tra la fotografia e la vita, noi interrompiamo il flusso dell’esistenza costruendo con l’immagine delle icone, dei simboli. In altri termini, alludiamo alla vita per inventarne una nuova. E anche chi si illude di fare cronaca, o fotogiornalismo, rimanendo crudamente fedele a ciò che vede, deve chiedersi quanto invece il suo discorso sia mediato da scelte autoriali, come la posa, l’inquadratura, i filtri che usa. Essere realistici è impossibile, siamo sempre sentimentali».
Gastel era come detto un fotografo di moda. «Credo all’eleganza più che alla bellezza – dice – che è la somma di piccoli difetti in realtà. E tengo molto ad essere un gentiluomo, cioè a considerare l’eleganza anche un fatto di moralità. Mi sento come il nostro lago: elegante e anche un po’ malinconico, il che è un sentimento dolce, avvolgente, non necessariamente negativo».

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