Crolla il mito del cantautore

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Personaggi – Eugenio Finardi star al festival di Cernobbio: le canzoni di protesta ora le scrivono i rapper

Torna, dopo il successo dello scorso anno, il “Festival Città di Cernobbio” al parco di Villa Erba per una scoppiettante quinta edizione. Oltre al classico cartellone live a ingresso gratuito, che sarà aperto domenica 4 agosto da Eugenio Finardi, la kermesse inaugurerà venerdì 3, alle 18, a Villa Bernasconi, sempre a Cernobbio, “Just a shot away”, la mostra fotografica di Alessio Pizzicannella con i suoi cento scatti che raccontano un pezzo di storia del rock.
Come dicevamo, l’onore

di alzare il sipario dell’attesa manifestazione toccherà a uno degli artisti più importanti della musica d’autore italiana, che lo scorso anno, con l’album Sessanta, ha festeggiato un altro bel traguardo: «In realtà – racconta Finardi – quel disco è stato un modo per aprire la strada della collaborazione con Max Casacci dei Subsonica; insieme abbiamo raccolto pezzi ancora rilevanti e collegabili tra loro per portarli nel futuro».
Nell’ultimo decennio Finardi ha attraversato diversi generi musicali: blues, fado, classica.
«È stata un’esigenza che mi ha dato molte soddisfazioni. Pensiamo al progetto dedicato alla musica classica contemporanea che mi ha portato fino al Teatro alla Scala di Milano, un grandissimo traguardo per un musicista».
Era tutto nel suo Dna, come l’ha tirato fuori?
«Semplicemente pensavo che un discorso si fosse esaurito. Dopo Accadueo e Sanremo del 1999 ho intravisto la fine dell’industria discografica e con Fado ho iniziato un percorso di rottura: l’idea del cantautore jukebox di se stesso proprio non mi andava».
Con il nuovo disco, previsto per ottobre, ha ritrovato la voglia?
«Forse sì; dopo 15 anni uscirà un lavoro di canzoni rock inedite. Io e Max abbiamo deciso di lavorare ancora insieme sulla stessa lunghezza d’onda del singolo Nuovo umanesimo».
Le raccolte “Cinquant’anni e “Sessanta” su quali presupposti si sono basate?
«La gente si innamora di un pezzo con la sua timbrica originale, ma l’artista, dopo 30 o 40 anni, sente la necessità di reinterpretare le sue canzoni con la voce del momento».
Le piace risentirsi con la voce di oggi?
«Sì, non voglio diventare una sorta di Pompei della musica d’autore; la voce cambia, matura, si approfondisca. Molte canzoni di Diesel funzionano ancora, ma con la voce e i suoni degli anni ’70 faccio fatica a riascoltarle, non mi riconosco più».
Se i testi non invecchiano socialmente non è un bel segno.
«È una tragedia. Ma gli ultimi 20 anni di questo Paese forse non valgono nemmeno un brano. Io ho già detto tutto. C’è un mio pezzo su ogni argomento, basti pensare a F104, una canzone del 1981; allora vivevo ancora a Carimate. E poi oggi ci sono i rapper che svolgono benissimo questo ruolo di “protesta”».
La fine del mito del cantautore.
«Tutto nasceva da un lavoro di squadra che oggi non esiste più. Chi fa tutto da solo fa solo danni, occorre ristabilire il valore dei ruoli».
E cosa dice del Festival di Sanremo?
«Con il senno di poi nel 2012 non avrei dovuto tornarci, ma dopo Vecchioni gli serviva uno che non avesse voglia di vincere».
Alla spiritualità ha dedicato un disco intero: che rapporto ha con la religione?
«Non sono credente ma ho un grande rispetto per la spiritualità. È un elemento fondamentale dell’umanità. Purtroppo viviamo in una società che adora il “vitello d’oro”, che basa tutto sul profitto. Con Nuovo umanesimo ho detto le stesse cose che papa Francesco ha appena predicato durante il suo viaggio in Brasile. Però continuano a darmi del vecchio comunista».

Maurizio Pratelli

Nella foto:
Eugenio Finardi, che nell’ultimo decennio ha attraversato diversi generi

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