Da una ricarica telefonica il primo errore. Salgono a 18 gli indagati per il colpo ai blindati

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Ieri una conferenza stampa ha fatto il punto sull’assalto di Turate lungo la A9

A far crollare lo scrupoloso castello costruito a difesa attorno ai responsabili della rapina del secolo di Turate, sarebbe stata una ricarica telefonica. Già, una banale ricarica effettuata in autostrada a Bologna e poi finita nelle tasche dei pantaloni di uno degli uomini in azione lungo la A9.
Un malvivente sbadato, che avrebbe poi perso quel tagliandino nel piazzale del magazzino di Origgio dove la banda, nascondendo i mezzi poi usati per l’assalto, stava preparando la rapina al portavalori

della Battistolli. Quello scontrino attestante una ricarica di cellulare è finito nelle mani della squadra mobile di Como, che ha immediatamente chiesto delle verifiche. Il tutto poco prima che su Origgio si scatenasse un acquazzone che avrebbe potuto distruggere ogni cosa. È stato questa la crepa in cui gli inquirenti si sono insinuati per stringere il cerchio attorno alla banda della A9. Perché da quella ricarica si è arrivati ad un cellulare, poi ad un nome e un cognome, poi ai controlli sui contatti telefonici fatti con persone estranee alla rapina soprattutto nelle telefonate a casa (tra di loro i malviventi comunicavano il minimo indispensabile). Una crepa che è diventata voragine fino ad arrivare a raggiungere i tre milioni di telefonate intercettate. Il risultato di una simile indagine è stato presentato, ieri mattina, in conferenza stampa dagli uomini della Mobile di Como, di Milano e dello Sco (il Servizio centrale operativo) all’indomani dell’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di due persone: gli arrestati sono Giuseppe Dinardi residente a Cologno Monzese ma originario di Cerignola (in Puglia), e Antonio Agresti, di Andria. Ma con loro ci sono altri 16 indagati (quasi tutti pugliesi, non ci sono comaschi) con l’accusa di concorso nella rapina, mentre sono state eseguite in Lombardia e in Puglia almeno 50 perquisizioni, 27 a carico di soggetti finiti in qualche modo con l’essere coinvolti nelle indagini. Nelle perquisizioni sono stati rinvenuti un fucile a pompa e una pistola che sono ora in mano ai tecnici per una perizia balistica utile a stabilire se sono compatibili con le armi che hanno sparato a Turate. Dalle indagini è emerso anche un terzo arrestato, addirittura nello scorso mese di giugno. Si tratterebbe di un 40enne milanese fermato a Firenze. Non gli viene contestata la rapina, ma per gli inquirenti era comunque vicino al gruppo di fuoco tanto che effettuò un sopralluogo pochi giorni prima del colpo alla guida di un camion. All’uomo sarebbero state sequestrate armi: un fucile e due pistole. Per il momento è indagato “solo” per la detenzione delle stesse e per la ricettazione. È stato ribadito ieri che i due arrestati erano la mente del gruppo, oltre ad aver imbracciato le armi lungo la A9.
Il primo era punto di riferimento in Lombardia, il secondo in Puglia. Ora scatteranno su tutti i sospettati anche le verifiche patrimoniali per verificare eventuali e importanti passaggi di contanti proprio in seguito al colpo da 10 milioni di euro.

M. Pv.

Nella foto:
La selva di colpi rimasti lungo l’asfalto della A9 nei pressi dello svincolo di Turate

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