Dall'ENEL a “Otello”

PERSONAGGI – L’agenda del tenore comasco Marco Berti, che presto canterà a La Coruña, è colma fino alle Olimpiadi di Londra del 2012
Il Metropolitan di New York, il Covent Garden di Londra, la Scala a Milano, la Deutsche Oper di Berlino e lo Staathoper di Vienna. E ancora, Arena di Verona, Bregenz, Torre del Lago. Non manca nessuno dei grandi templi dell’opera mondiale nel “carniere” del tenore comasco Marco Berti la cui agenda è colma fino alle Olimpiadi di Londra, nel 2012.
Una carriera sfolgorante, la sua, che culminerà, tra pochi giorni, nella prova più ardua per un tenore, l’“Otello” di Verdi che andrà in
scena dal 2 al 5 settembre al Festival de La Coruña, in Spagna.
«Mi manca solo il Teatro Colón di Buenos Aires e ci tengo! Non solo perché è uno dei più grandi al mondo, ma perché lì si sono esibite tutte le star della lirica», scherza Marco Berti raggiunto nel mezzo delle prove.
E pensare che Marco Berti, 48 anni, considerato oggi uno dei più bravi tenori sulla scena internazionale, faceva l’operaio all’Enel di Como.
Berti, come è passato dall’elettricità al bel canto?
«Il canto è sempre stato una passione. Ho cominciato nel coro parrocchiale di Sagnino. Mia madre ascoltava le opere liriche e mio cugino, tutte le estati, mi portava all’Arena di Verona. Quando ho capito che volevo farne un mestiere mi sono iscritto al Conservatorio a Como e ho poi ultimato gli studi di canto a Milano. Ho vinto un concorso per entrare nel coro della Scala. E poi il grande salto nel buio: la carriera di solista. È andata bene, ma ho dovuto affrontare grandi sacrifici proveniendo da una famiglia semplice e con pochi mezzi».
E ora l’“Otello”, la prova del nove per un tenore.
«Sì, è un’opera difficile, ma non credo che richieda solo “voce voce voce” come sosteneva il tenore Mario Del Monaco. Penso che sia innanzitutto una questione di testa. È una grande prova psicologica, che richiede massima concentrazione e immedesimazione, cosa complicata perché, diciamocelo, in fondo Otello è un personaggio bizzarro e a volte un po’ stupido…».
In effetti, si dice che il vero protagonista della tragedia shakespeariana sia Jago.
«Sono perfettamente d’accordo. È Jago che muove le fila, è lui il personaggio esecrabile che inganna tutti. Certo, Otello è un grande condottiero, è un abile stratega in un certo senso è un uomo politico. Non è il classico moro con il volto dipinto di nero, messo lì per fare coreografia esotica. Otello è un uomo che si è fatto da sé, che si è riscattato dalla schiavitù. Lui, nero e musulmano, è stato messo a difesa dei confini della Repubblica veneziana. Per questo stupisce che si faccia irretire così stupidamente. Ma, tant’è, Verdi – che considero il “Mozart italiano” per l’abilità nello scomporre i libretti in modo da farli aderire perfettamente alla partitura musicale – riesce a rendere la mancata fedeltà con grande sapienza – perché di tradimento amicale si tratta più che di gelosia per Desdemona. Resta che devo forzare la mia natura: non è facile farsi prendere così dall’ira e scagliarsi contro una donna! In questo senso, gli altri personaggi verdiani come Radames o Don Carlos sono più “leggibili”, più lineari. Otello è un tumulto di passioni incontrollabili».
“Otello” giunge al culmine della sua carriera.
«Amo molto i personaggi verdiani: sono quelli che interpreto con più piacere e “Otello” è l’opera per antonomasia. Sono tre anni che mi preparo a questo appuntamento. Ci vogliono molto studio e grandi sacrifici, ma la soddisfazione che si ottiene è impagabile».
Italia e resto del mondo: che cosa c’è di diverso nel rapporto con l’opera lirica?
«Purtroppo l’Italia sta perdendo molto. Non sono paragonabili l’entusiasmo e l’accoglienza che ricevo fuori dal mio Paese. Tutti mi dicono che sono un ambasciatore della cultura italiana nel mondo ed è vero. Questo patrimonio che noi abbiamo è inestimabile. Per questo mi spiace che in Italia si perda l’attenzione e soprattutto si tagli l’investimento nella cultura. Dimentichiamo poi quale ricchezza sia l’opera anche da un punto di vista linguistico. La globalizzazione sta imponendo sempre di più l’inglese e capisco che per l’economia sia fondamentale, ma l’italiano usato nella lirica è una ricchezza senza paragoni. I cosiddetti “toscanismi” utilizzati da Puccini sono intraducibili, perchè esprimono la giocosità, l’ironia, la varietà dell’italiano».
Lei soffre i melomani incalliti, i fischi, le critiche impietose?
«Fa parte dei rischi del mestiere. Io penso però che quando un cantante sbaglia, tutti sulla scena sono colpevoli. Ci devono essere coesione e spirito di gruppo. Non è giusto che paghi solo il o la cantante. All’estero quando uno spettacolo non va il direttore artistico viene mandato via».
Quali sono i direttori d’orchestra che ricorda con piacere?
«Stimo molto Antonio Pappano, un grande professionista che trae sempre il massimo dai suoi cantanti, il grande Zubin Metha e un posto speciale occuperà sempre lo scomparso Gianandrea Gavazzeni. Ho il rimpianto di non poter cantare con Claudio Abbado sul podio, visto che il maestro oggi si occupa d’altro».
Per concludere, che cosa vede nel suo futuro? Le piacerebbe incidere come fa Andrea Bocelli?
«No, credo che sia una presa in giro nei confronti del pubblico. Mi piacerebbe piuttosto trasmettere la mia passione e insegnare il mestiere del bel canto, magari aprendo un’accademia. Credo che il Conservatorio non prepari come si deve alla lirica. Spesso gli insegnanti di canto, purché validi, non hanno mai calcato un palcoscenico. Così, come è capitato a me, usciti dal Conservatorio bisogna ricominciare tutto da capo. Ecco, mi piacerebbe sopperire a questa mancanza».

Katia Trinca Colonel

Nella foto:
Marco Berti nel ruolo di Calaf in “Turandot” di Giacomo Puccini

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